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ISCRIVERSI ALLA PELASGO? NIENTE E' IMPOSSIBILE! PROVATECI...
Campagna tesseramenti 2017: che aspetti?
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DICEMBRE 2016

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RICEVIAMO DA ALCUNI AMICI
Durante un bellissimo viaggio di amicizia, abbiamo scattato questa foto, eravamo ad Atanga, distretto di Gulu, Nord Uganda... visitavamo una scuola materna. I bambini erano felicissimi dei regali che avevamo portato loro... tra cui la T-shirt di Pelasgo.
16
APRILE 2016

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ENTRO IL 18 APRILE SARANNO COMUNICATE LE GRADUATORIE DEL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE
Entro il 18 Aprile 2016 saranno comunicate le classifiche delle varie sezioni in cui è suddiviso il 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE. Entro il 23 Aprile gli Autori selezionati riceveranno comunicazione a mezzo mail, lettera o telefonata del risultato conseguito.












BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
26/07/2017
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti (Memorie storiche), il nome Ischia(sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968. Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, periodo in cui molti studiosi fanno risalire il loro arrivo nel Piceno
26/07/2017
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!

Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti (Memorie storiche), il nome Ischia(sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968. Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, periodo in cui molti studiosi fanno risalire il loro arrivo nel Piceno

PELASGO 968                               

 

Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza

(Il Piceno) e del Mascaretti

(Memorie storiche), il nome Ischia

 (sulla destra del Tesino vi era un 

castello con tale nome) 

compare nei Registri Episcopali

Firmani a partire dal 968.

Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, 

antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, 

periodo in cui molti studiosi fanno

 risalire il loro arrivo nel Piceno

 

 

La A.S.C.R. PELASGO 968

 

 Si è costituita nel dicembre del 2008 per iniziativa di sei soci fondatori provenienti da un percorso di diversi anni nei vari settori del volontariato e dell’animazione sportiva, ricreativa e culturale.

L'ARTE ABUSATA
19/07/2017
L'ARTE ABUSATA
So che quanto segue darà fastidio a molti, troppi forse, ma - come si dice - "meglio essere antipatici e dire ciò che si pensa, che risultare simpatici solo perché si dice ciò che gli altri vogliono sentirsi dire". Naturalmente, trattasi solo ed esclusivamente della mia opinione, per quanto rispettabile, anche opinabile, ci mancherebbe!
19/07/2017
L'ARTE ABUSATA

So che quanto segue darà fastidio a molti, troppi forse, ma - come si dice - "meglio essere antipatici e dire ciò che si pensa, che risultare simpatici solo perché si dice ciò che gli altri vogliono sentirsi dire". Naturalmente, trattasi solo ed esclusivamente della mia opinione, per quanto rispettabile, anche opinabile, ci mancherebbe!

Sin da piccolo ho sempre avuto la passione per la poesia e l'arte in genere, e col passare degli anni ho sempre cercato di capire cosa sia davvero la poesia, o meglio, cosa sia davvero poesia.

Un giorno, poi, sentii una piccola vocina che mi parlava, dapprima non capivo, dopo, ascoltandola più attentamente capii che era lei, la mia Musa.

Ecco, anche io ero stato "condannato" a essere poeta.

Da allora ho iniziato ad affinare questa dote... E se è vero che, o ce l'hai dalla nascita o non ce l'avrai mai, è pur vero che va affinata, coltivata, maturata nel tempo...

Ultimamente si abusa troppo dell'appellativo di poeta e della parola "poesia", quindi, a mio parere, si abusa troppo della poesia stessa.

Ma come si fa a stabilire se uno scritto sia davvero poesia o soltanto incolonnamento di parole?

Differenti e discordanti sono i pareri degli esperti, degli intellettuali, dei critici.

Già, i critici, questi super uomini colti che spesso (non tutti naturalmente) sono come gli eunuchi:

Sanno cos'è l'amore, lo hanno visto fare, ma non l'hanno mai fatto.

Spesso dipende da loro portare alle stelle o alle stalle un autore e/o un'opera; io dico invece che dipende dai lettori oggi e dipenderà dai posteri domani.

Ma torniamo alla poesia. Cos'è la poesia?

Una forma d'arte, la più nobile, a detta di molti.

Allora cos'è l'arte?

L'arte è il connubio perfetto tra contenuto e forma, credo che su questo siamo tutti d'accordo.

Cos'è  allora il contenuto?

E' tutto ciò che esprime sentimenti, emozioni, sensazioni, che va rispettato a prescindere, sì, ma rispetto non vuol dire considerare arte qualcosa che non lo è!

Insomma, tutti i contenuti, da quelli più "alti" e lirici, a quelli più "semplici" vanno rispettati, ma ciò non vuol dire che siano pregni di poesia.

Il contenuto deve avere anche una forma! Una delle tante che comprende la poesia, ma deve averla!

Non bastano certo dei versi che suonano bene a fare poesia, così come non basta incolonnare parolone colte e ricercate, senza sentimento alcuno.

Oggi, alcuni, solo perché non usano la punteggiatura o solo perché magari - secondo loro - hanno escogitato una nuova forma, credono di fare poesia, ma così non è!

Non ci si improvvisa poeti, così come non ci si improvvisa musicisti o pittori, ecc.

Per suonare bisogna conoscere la musica; per dipingere bisogna conoscere le tecniche di base del disegno! E per fare poesia?

Ah, no, per fare poesia, basta stravolgere la sintassi, poi, ci metti dentro qualche parolona, poi, basta suddividere il tutto in versi ed è fatta. Ma che è una ricetta?

Ma quando mai!

Intanto credo che quando si fa qualcosa e la si vuole fare bene, la si debba conoscere, la si debba studiare in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue forme, per poi magari scegliere quella che si addice di più al nostro modo di intenderla e di farla.

Oggi no, oggi basta andare controcorrente e già ci si sente poeti, artisti...

Picasso, per esempio, prima di inventare il cubismo passò per il realismo; conosceva benissimo la tecnica di base e tutto ciò che riguarda la pittura.

Oggi invece, credo che ci siano troppi "picasso" improvvisati, che credono di essere originali ricercando quell'originalità e quel genio che,  - così come la dote di poeta - o ce l'hai o non ce l'avrai mai!

Ma allora, cos'è davvero poesia?

Beh, credo che non ci sia una risposta davvero esaustiva e credo che non ci sia bisogno di capire cosa sia davvero poesia, perché quando lo è te ne accorgi, quando è poesia lo senti, anche se non sai spiegarlo...

Invece so benissimo cosa non lo è!

Ma troppa presunzione, troppa arroganza, pochissima umiltà ho notato fra "poeti" che credono di esserlo, ma non lo sono.

"Ma tu, allora, ti senti un vero poeta?" direte!

No, non mi sento un vero poeta e non so neanche se la mia sia vera poesia, però, cerco sempre di migliorare, cerco sempre di confrontarmi e crescere, cerco sempre la critica costruttiva e non il complimento gratuito.

Ecco, questo vorrei che capissero molti che come me hanno la passione per la poesia.

Poeti non ci si improvvisa! La poesia non si improvvisa! Della poesia non si abusa!

Se lo fai non sei un poeta e non ami la poesia.

Per concludere, tanto per dare un'idea di quello che è il succo di quanto ho scritto:

Chi non si emozionerebbe davanti a un disegno fatto da un bambino? Chi avrebbe il coraggio di dire che non ci sia sentimento e contenuto in quegli scarabocchi?

Ma soprattutto, chi avrebbe il coraggio di definirla arte?

 

Cordialmente

 

 


 

Giuseppe Gerbino

INCONTRO CON FRANCO LOI di Elena Malta
17/07/2017
INCONTRO CON FRANCO LOI di Elena Malta
Di un Autore contemporaneo si possono leggere profili critici, recensioni, interpretazioni, in saggi, articoli di terze pagine di giornali e su riviste letterarie, reperibili anche frequentemente sui mezzi telematici, ma non c’è altra esperienza più esaltante che leggere direttamente un Autore nella sua figura,
17/07/2017
INCONTRO CON FRANCO LOI di Elena Malta

Di un Autore contemporaneo si possono leggere profili critici, recensioni, interpretazioni, in saggi, articoli di terze pagine di giornali e su riviste letterarie, reperibili anche frequentemente sui mezzi telematici, ma non c’è altra esperienza più esaltante che leggere direttamente un Autore nella sua figura,

nei suoi occhi, nelle parole, nella  mimica e gestualità ricorrenti, mentre si coinvolge in un incontro nella informalità familiare del salottino della propria casa, con un gruppo di sette sconosciuti estimatori: sei adulti e la nostra mascotte, Slava di soli 13 anni, partiti, come studentelli, con il treno del mattino da qualche posto del Centro Italia (Marche e Abruzzo) per trovarsi, dopo ore di viaggio e un breve giro di assaggio in Duomo e in Galleria, in una insolita luminosa e solare Milano, con il Poeta Franco Loi che ci onora di una intervista e per questo ci accoglie in casa.

Franco Loi è il Presidente Onorario del nostro Premio Letterario Città di Grottammare 2017, giunto alla sua 8° edizione, con l’impegno tenace, da parte di tutte le componenti Organizzative e di  Patrocinio, a curare la Cultura nelle sue variegature espressive e a coglierne le valenze profonde nelle dinamiche in divenire del nostro tempo presente.

Figura alta, asciutta, viso subito amico, solcato da qualche ricamo che il tempo disegna e l’espressione a dir  poco curiosa per la nostra presenza, un fresco colletto di camicia, affacciato dal pullover blu, una aureola di luce bianca nei capelli, a dare risalto agli occhi intenti su di noi a mandarci con le parole i suoi pensieri, snelli, precisi e mirati in risposta alla collana delle voci dei suoi 7 ospiti, in una giornata di metà marzo, di insolito deciso sole chiaro a Milano, il palcoscenico ricorrente di tanta  poesia, espressione dell’amore di Franco Loi per Milan. “Passa ‘na rùnden,tèh, chì per Milan ...,/ me passa anca n’àngiul per cantà.../e, tèh, vègn ‘na farfala nel silensi/ de ‘sta Milan d’agust tutt de sciscià. ( Passa una rondine, toh,qui per Milano .../passa di qui anche un angelo per cantare .../e, toh, viene una farfalla nel silenzio/ di questa Milano d’agosto, tutta da gustare.), da “Voci d’un vecchio cantare” 2017, pg.70

La parete alle sue spalle è tutta attrezzata a libreria a vista, con volumi che hanno saputo accompagnare fasi e passi di una storia che si chiama vita.

Ci arriva una parola dal tono familiare, mai altisonante, divertente e divertita nel gusto di trovarsi al centro di un interesse che muove da lontano.

Con una felicissima vena Franco ci racconta di sè studente, costretto ad avviarsi  in studi da ragioniere perchè era l’unica tipologia di scuola superiore disponibile nel suo ambiente, ma di quanto si sentisse intimamente orientato verso gli studi letterari, attratto dai classici greci, dai grandi poemi epici. Non trascura di rivelarci la sua demotivazione alla frequenza del suo corso di studi per niente in sincrono con le proprie intime inclinazioni e di aver pagato con una bocciatura le sue tante assenze e una conflittualità con un insegnante.

Franco Loi ci si propone in tutta la sua vera, originale, semplice e vissuta parabola esperienziale, con freschezza di emozioni che sanno creare empatica risposta emotiva e fanno ritrovare tratti che accomunano, nessun piedistallo viene ostentato, nè ce n’è necessità alcuna per i suoi 30 e 1 pubblicazioni di opere che stanno per sè e brillano di autentica luce propria, a cominciare dalla Raccolta “I cart” Le carte, 1973, fino alla nuovissima “Voci d’un vecchio cantare” 21 gennaio 2017, la cui copia è stata donata alla nostra gioia al termine di questo incontro.

Rivolto al viso curioso e attento di Slava, il giovanissimo componente del nostro gruppo, dice che nella vita bisogna fare quello che la vita stessa indica, l’attività che piace, che sia falegnameria, che sia essere un parrucchiere. Il lavoro procura un guadagno, il denaro per vivere, e bisogna fare bene il proprio lavoro; poi è necessario leggere, non per riempirsi la testa.  Dice di sè: “Io amo il mio lavoro, dal ferro imparo qualcosa di me stesso e, non essendo stanco, a sera, sono creativo”.

Riferisce di essere cresciuto nel tempo in cui Einaudi e Mondadori, dopo aver perso tutto per la guerra, avevano dentro Sereni, per la poesia, Calvino e Vittorini per la prosa;  quando le editorie erano lontane dal business e in cerca esclusivamente di qualità.  Ora, Franco aggiunge, quel clima si è esaurito e  la nuova tecnologia mangia posti di lavoro. Suggerisce, o sogna, che studi di Agraria importeranno mani alla terra, ai lavori artigianali.

Qualcuno di noi butta la coda di un occhio sul cellulare per controllare il tempo che, inesorabile come sempre, ci è tiranno; il treno ...si dovrà essere in stazione fra non molto, in tempo per il ritorno.

Ci affrettiamo a chiedere, al nostro prezioso interlocutore, un suo pensiero sulla Poesia, e Franco ci rassicura: “La Poesia non morirà”.

Poesia “non è fare rime, ordinare parole; la Poesia non è organizzare il pensiero e i propri sentimenti, la Poesia non si fa con la testa. Mentre giro per le stanze mi vengono i versi e seguo il suono. Poi, dopo, come un sogno, la poesia si elabora e sgorga”

“La Poesia è una strada per imparare qualcosa di se stessi, Nosce te ipse” E aggiunge:” Io non so chi sono, non di testa mi conosco, sono ciò che l’aria mi fa essere”.

“Nel filosofo accade la stessa cosa che nei poeti, si è artigiani che hanno amore per ciò che si fa; e il poeta è colui che fa spiritualmente, che produce un qualcosa che ha vita autonoma rispetto a chi la produce.

La parola, spesso scelta interamente nella sua veste dialettale, è sonorità,  è il ritmo di una parola che si lega al suono della successiva in una lettura che deve essere soggettiva, perchè solo il poeta compone,  concerta, armonizza e sa rendere quel ritmo che è lo stesso del suo flusso vitale“.

La parola è onda musicale, è canto con “Voci d’un vecchio cantare”, cito a proposito il titolo felicissimo dell’ultima raccolta di poesie, la 31esima pubblicazione di Franco Loi, il cantore, il menestrello, il musico, il Poeta.

 

Quan’ mai de gent s’encuntra per Milan,

ma mì me piàs i fio fra i foi de l’erba

sòta quj cartellun de donn sbiutà

ch’in lì cun la camisa tensia d’arans,

tra i man un liber o radio de scultà...

Ma po me volti e vedi sota l’erga

che scùnden ‘na siringa in vena al brasc,

e alura ciappa un trèm fin dent i oss

e me curr via el pè nel camenà.

 

Quanta gente s’incontra per Milano,

ma a me piacciono i ragazzi tra le foglie d’erba

sotto quei cartelloni di donne denudate

che stanno lì con la camicia tinta d’arancio,

tra le mani un libro o radio da ascoltare...

Ma poi mi volto e vedo sotto l’edera

che nascondono una siringa in vena al braccio,

e allora mi prende un tremito fin dentro le ossa

e mi corre via il piede nel camminare.

 

 

 

A passi leggeri, quasi a dilatare il momento del distacco, mentre alcuni guadagnano l’ascensore e altri fanno piano le scale, resto con lui sulla soglia  di casa a lasciare e prendere gli ultimi preziosi bagliori di un incontro così intenso e semplice perchè fatto di  semi di tempo, di umanità e di poesia. Grazie, Franco Loi.  

 

Elena Malta                             

   

 

 

 

CI RIMANGO MALE...
15/07/2017
CI RIMANGO MALE...
Ci rimango male, quando la gente definisce il dialetto una “lingua di serie B”. Ci rimango male, quando i Poeti (quelli veri, con la P maiuscola) anziché scrivere le loro emozioni, allineati e coperti dietro le uniformi uniformanti della lingua italiana, non rompono le righe seguendo il loro primo istinto,
15/07/2017
CI RIMANGO MALE...

Ci rimango male, quando la gente definisce il dialetto una “lingua di serie B”. Ci rimango male, quando i Poeti (quelli veri, con la P maiuscola) anziché scrivere le loro emozioni, allineati e coperti dietro le uniformi uniformanti della lingua italiana, non rompono le righe seguendo il loro primo istinto,

quello che trasmette l’emozione dell’immediatezza attraverso quella scorciatoia che mette in comunicazione i pensieri con la parola: il dialetto.

Ci rimango male, se vedo che chi salta il fosso dell’omologazione, non trova chi possa risolvere i dubbi che vengono quando si vuole trasformare in forme grafiche un suono: il dolce suono delle parole dialettali. Sono pochissimi i centri culturali dove si “insegna dialetto”: segno di mancanza di fondi, e/o mancanza di capacità e di interesse?

Ci rimango male, quando mi rendo conto che sono pochi quelli che cercano di risolvere quei dubbi: pensano che non esistano regole e scrivono di conseguenza, usando lessico, sintassi e ortografia approssimate alle loro capacità. Forse sono loro che innescano quel meccanismo perverso che si innesca leggendo composizioni “scritte male” e che quindi abbassano il livello della qualità del linguaggio? Lo fanno perché non c’è chi insegna, o perché si sentono “imparati”?

Ci rimango male, esaminando centinaia di poesie in tutti i dialetti d’Italia e constatando che la maggior parte dei poeti riserva al vernacolo solo un certo tipo di sensazioni, argomenti, emozioni: quelle legate ai ricordi, alla tradizione, a fatterelli più o meno ironici. Difficilmente vengono affrontati temi Alti e Grandi, come se esprimersi in dialetto impedisse di esplicitare concetti sociali o politici, filosofici o religiosi, intimisti o universali.

Ci rimango male, quando vedo che i Poeti con la P maiuscola: quelli che raggiungono altissimi livelli di espressione curando sia la tecnica che il sentimento (che è la sola condizione in cui si possa parlare di Vera Poesia), vengano quasi messi da parte o esibiti come comprimari nelle varie premiazioni o recensioni. Mi accade, purtroppo è la regola, di assistere alle premiazioni dei concorsi e vedere che i premi e le premiazioni dei concorrenti siano sempre in funzione di un’attenzione maggiore per chi si esprime in lingua anziché in dialetto. Come se l’impegno nella ricerca, nell’approfondimento, nel mantenimento e nella diffusione dei dialetti, passasse in secondo piano rispetto alla facilità di espressione, all’inutile complicazione dello scritto rispetto al parlato e alla desolante omologazione delle forme e dei contenuti, di chi si esprime in italiano.

Ci rimango male, vedendo che nel “mare magnum” della poesia, i pochi “rari nantes” non vengono soccorsi perché destinati comunque ad essere perduti. È vero che  battersi per il dialetto è una battaglia di retroguardia, perché comunque la guerra si sta perdendo ed è solo questione di tempo la sparizione degli idiomi locali? A favore di che? Di una lingua sempre più sgrammaticata, sempre meno pura, sempre più appiattita come la sua poesia?

Ci rimango male quando le mie idee vengono bollate come faziose e preconcette: anni di esperienza diretta e approfondita sull’argomento, mi autorizzano ad esprimere certi concetti senza paura di essere smentito. Forse i faziosi sono quelli che non si rendono conto di far male alla poesia. (“… soffio leggero de pensiero umano/ amica che ce pija pe la mano/ e ciarigala sogno e fantasia.”)

Ci rimango male a dover fare certe considerazioni. Ci rimango molto male.

                                                                    Maurizio Marcelli

 

 

 

PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
14/07/2017
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.
14/07/2017
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.

Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.

Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano. 

SCRIVERE UN RACCONTO di Willy Piccini
10/07/2017
SCRIVERE UN RACCONTO di Willy Piccini
Ma sì, scriverò un racconto. Si dice che per chi legge molto, pensare di scrivere diventa una conseguenza inevitabile. Sono un lettore forte, e allora lo scrivo questo racconto! Sì, ma piacerà? Beh, non importa, tanto poi lo schiaffo in un cassetto
10/07/2017
SCRIVERE UN RACCONTO di Willy Piccini

Ma sì, scriverò un racconto. Si dice che per chi legge molto, pensare di scrivere diventa una conseguenza inevitabile. Sono un lettore forte, e allora lo scrivo questo racconto! Sì, ma piacerà? Beh, non importa, tanto poi lo schiaffo in un cassetto

Eh no, scrivere dev’essere una forma di comunicazione, il tuo pensiero nasce, cresce, s’innalza, e lo fissi sulla carta. Chi scrive sa vedere, desiderare e descrivere un mondo diverso, e sa racchiuderlo nelle proprie frasi con la combinazione delle lettere che l’alfabeto gli mette a disposizione. Ma se non ci si rivolge almeno a qualcuno, cosa scriviamo a fare? Non può essere una forma di solitudine, dev’essere un parlare a qualcuno che poi ti leggerà. Un trasformare un’emozione in qualcosa di bello e piacevole per noi e per i nostri lettori, siano essi uno o centomila, escludendo il pirandelliano “nessuno”. Anche il Manzoni afferma di rivolgersi a dei lettori. 25, per la precisione. Eh già, 25. Non ce la dà a bere, confidava di averne milioni, l’ipocrita! E gli è andata bene. Sì, ma nel mio caso? Come verrò giudicato? C’è chi parte dal presupposto che non va cercata la totale approvazione sociale. Tanto, qualunque cosa tu faccia, metà della gente che conosci la disapproverà comunque. Beh, cerchiamo di non essere così drastici, anche se può essere difficile coinvolgere nella stessa misura l’analfabeta di ritorno e il critico letterario. Insomma, lo scrivo o no questo racconto? Ci sono sempre due forze che tirano in direzioni opposte, a determinare il corso della nostra esistenza. La vita è il prodotto di una serie di accadimenti e delle decisioni che si prendono... Quindi? Ma dai, basta con queste elucubrazioni, inizio il racconto! Anche se dicono che i peggiori briganti sono attratti dalla politica, i più sconvolti sono portati per l’arte, i malati di mente passano il tempo a scrivere. Sarà vero? In ogni caso tutti abbiamo una nostra forma privata di pazzia. Se è d’intralcio a troppa gente ti qualificano matto. O disadattato, come da giovane mi è già capitato, quando chiamavo troppe cose ingiustizia rifiutandomi di capire che è la vita a essere normalmente ingiusta. E a poco serviva replicare che disadattato è una definizione semplicistica dietro cui si nasconde l’eterno, insanabile conflitto fra l’originalità di una visione del mondo individualistica e sognante e una realtà dominata dai puri rapporti di forza e dalle leggi economiche. Acqua passata. Per fortuna o purtroppo? Bah, matto o disadattato, di certo scrivere è un affare per visionari. Lo siamo tutti, eh, perché non si può vivere senza immaginare di continuo, senza storie che facciamo nostre. Scrivere è uno dei pochi modi per vivere più di una vita in universi paralleli che vai a scoprire da qualche parte. Qualcosa di simile ai sogni, che hanno la stessa imprevedibilità, e mettono in gioco cose alle volte incomprensibili, quelli che si raccontano alle persone care, agli amici, magari allo psicoanalista. Con la scrittura lo si fa al foglio bianco. Ma mica è facile, bisogna lavorare con fatica per arrivare a quella specie di piacere totale, fisico e mentale che la scrittura sa dare, lo sperdimento che dà un senso speciale alla vita, che dà a ogni parola il valore di un marmo pregiato con cui si costruisce una cattedrale. Poi magari si tratta di una stamberga, ma il sentimento di grazia rimane lo stesso. La stesura sarà una sofferenza e la strada che porterà, forse, al mare sarà tortuosa e accidentata nella speranza che alla fine di quel calvario possa splendere la luce. Metaforicamente, rovescerò cassetti, aprirò armadi, svuoterò cantine dove trovare un po’ di tutto. Cose che nemmeno immaginavo di avere mi forniranno buone idee per scrivere. Nutrirò il bambino entusiasta che è in me, libererò la sua curiosità, accenderò la mia sana follia e continuerò a sognare. Sono pronto, ho in testa un buon incipit e, partendo bene, le parole scorreranno come dettate da una musa ispiratrice. La storia si scriverà da sé…

Era una notte buia e tempestosa…

 

 

Willy Piccini

SOGNI DI CARTA: OVVERO IL BUSINESS MILIONARIO DEI CONCORSI LETTERARI.
08/07/2017
SOGNI DI CARTA: OVVERO IL BUSINESS MILIONARIO DEI CONCORSI LETTERARI.
Lo spunto ce lo da un articolo di Repubblica dal titolo abbastanza esplicativo: SOGNI DI CARTA A PESO D'ORO ECCO IL BUSINESS MILIONARIO DELLA PREMIOPOLI DEI LIBRI. Due bei paginoni in cui si analizza il fenomeno dei circa 1800 concorsi letterari italiani, fenomeno che non ha eguali in nessun altro Paese al mondo e...
08/07/2017
SOGNI DI CARTA: OVVERO IL BUSINESS MILIONARIO DEI CONCORSI LETTERARI.

Lo spunto ce lo da un articolo di Repubblica dal titolo abbastanza esplicativo: SOGNI DI CARTA A PESO D'ORO ECCO IL BUSINESS MILIONARIO DELLA PREMIOPOLI DEI LIBRI. Due bei paginoni in cui si analizza il fenomeno dei circa 1800 concorsi letterari italiani, fenomeno che non ha eguali in nessun altro Paese al mondo e...

che ci vede direttamente coinvolti in quanto anche noi della Pelasgo ci dilettiamo col sopracitato business milionario. 

Un po' di numeri: 5 competizioni al giorno, un giro d'affari(!?) che supera gli 11 milioni euro, decine di riconoscimenti collezionati nei curricula dagli scrittori che non valgono nulla, 10 milioni di euro i contributi pubblici ai premi letterari, 3,4 miliardi il fatturato delle oltre 7000 case editrici italiane...e poi dicono che gli italiani non leggono e non prendono mai in mano un libro. Bancarella, Campiello, Bagutta, Viareggio, Grinzane(!?), le punte di diamante di un fenomeno davvero da record. Tutto molto interessante ai nostri occhi; vengono inoltre riferite le esperienze di autori, ora famosi, che dopo anni di inutili concorsi hanno alla fine gettato tutto ed ora sono rinati con un bel contratto di una casa editrice e con l'aver rimpinguato cospicuamente il conto in banca. Ecco poi comparire un povero poeta che dopo aver partecipato ad un concorso si è ritrovato invitato ad altri cento: “che ci sia uno scambio di nominativi?” si chiede con fanciullesca ingenuità. Ah, dimenticavamo, il Grinzane dei bei tempi usufruiva di circa 5 milioni di euro da parte di fondazioni bancarie ed altri enti, il tutto nell'interesse della cultura s'intende. Andiamo per ordine. Punto 1: se praticate la scrittura e volete diventare famosi, far soldi, ecc.ecc. non partecipate a piccoli concorsi tipo il nostro a Grottammare, non vi chiederemo soldi per pubblicare ma non avrete neanche una porta spalancata. Punto 2: che partecipo a fare? Vi chiederete allora. Solo per il gusto di confrontarvi con altri poeti, per conoscerli nella giornata conclusiva, per scambiarvi opinioni e pareri con noi della Pelasgo, per conoscere Grottammare, il Piceno, la nostra accoglienza. Troppo poco? Allora vi consigliamo il Bagutta, il Campiello, eccetera. Punto 3: è vero, molti concorsi nascono con scopi speculativi e nulla a che vedere con la cultura, molti sono a rimorchio della politica, molti delle case editrici, qui però entra in ballo l'intelligenza dello scrittore. Se i vostri scopi sono quelli di far carriera, beh, tornate al punto 1, se invece volete confrontarvi, migliorarvi, incontrarvi, basta scambiare qualche opinione con i colleghi che già si sono cimentati in più di un concorso, basta girare un po' nei siti dei vari premi e vi renderete subito conto direttamente. Per quanto ci riguarda noi di Grottammare proseguiremo per la nostra strada: che volete farci, siamo degli inguaribili romantici, ah, pillola di saggezza finale: più soldi girano più... “e ho detto tutto!” diceva il grande Peppino De Filippo.

CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975
06/07/2017
CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975
CHE COS'È LA CULTURA? «Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija.
06/07/2017
CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975

CHE COS'È LA CULTURA? «Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija.

Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. 

[…]

Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo": produrre e consumare.

L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere […] è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. 

[…] 

Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo.


(Da una intervista rilasciata a Furio Colombo nel 1975)

FINALMENTE L'ESTATE!
01/07/2017
FINALMENTE L'ESTATE!
E finalmente l'estate! Fra problemi economici, politici, sociali, riusciremo a decongestionarci e ad abbandonarci a qualche settimana di puro relax per ritemprare corpo e spirito?
01/07/2017
FINALMENTE L'ESTATE!

E finalmente l'estate! Fra problemi economici, politici, sociali, riusciremo a decongestionarci e ad abbandonarci a qualche settimana di puro relax per ritemprare corpo e spirito?

Noi della Pelasgo 968 ci proveremo, chi al mare(dove fortunatamente siamo già collocati), chi in montagna(qualcuno in meno, perché siamo in fondo gente di mare), altri in campagna, pochissimi in mete tropicali ed esotiche.
In fondo se sei a Grottammare è un po' come essere in vacanza tutto l'anno,  però l'estate è l'estate, ossia la stagione che noi pelasgici privilegiamo per tutta una serie di motivi che non è difficile immaginare.
L'estate segna anche il giro di boa per l'anno in corso. Un primo semestre che ha visto la concretizzazione dell'8°concorso, la conoscenza di nuovi amici, la stretta di nuovi gemellaggi.
Settembre ci porterà inevitabilmente a rituffarci nel lavoro, nella messa in cantiere della 9° edizione che, possiamo fin d'ora anticipare, vedrà qualche grande novità.
Quando diciamo piccolo non lo facciamo per falsa modestia, lo diciamo perché siamo davvero orgogliosi che la nostra creatura cresca gradualmente, facendo piccoli ma decisi passi, senza voler strafare, senza snaturarsi e senza tradire quelle che sono le motivazioni originarie che ci hanno guidato fin qui.
Tutto il risultato è frutto del nostro lavoro di volontariato, disinteressato e con l'unico scopo di favorire la cultura.
Abbiamo spesso ribadito il concetto perché volgendoci intorno spesso rileviamo tanti conflitti di...interesse, alcune ipocrisie ed allo stesso tempo però, dall'altra parte della barricata,  decine e decine di persone che fanno cultura così come la intendiamo noi.
E' per loro, oltre che per coerenza nei nostri ideali, che troviamo la forza di andare avanti.
Pelasgo vuole essere sinonimo di trasparenza, ci teniamo a dare tutte le informazioni possibili che ci riguardano, i numeri esatti, senza nascondere nulla o inventarci qualcosa.
Ok, ci siamo sbrodati abbastanza, e di nuovo:


BUONA ESTATE A TUTTI.   

RENATO OLIVIERI: IL GIALLO ITALIANO DI SERIE “A”
25/06/2017
RENATO OLIVIERI: IL GIALLO ITALIANO DI SERIE “A”
Parlare di Renato Olivieri è parlare di uno dei big del giallo italiano, uno scrittore lontano dalle grandi luci della ribalta che ci ha lasciato nel febbraio del 2013, inventore della figura del commissario Ambrosio a cui ha prestato il volto, in un film del 1988 di Sergio Corbucci, il grande Ugo Tognazzi. Olivieri fa muovere il commissario nella sua Milano che nel corso degli anni vede sempre più trasformarsi fin quasi a non riconoscerla più a causa delle trasformazioni avvenute soprattutto fra i suoi abitanti.
25/06/2017
RENATO OLIVIERI: IL GIALLO ITALIANO DI SERIE “A”

Parlare di Renato Olivieri è parlare di uno dei big del giallo italiano, uno scrittore lontano dalle grandi luci della ribalta che ci ha lasciato nel febbraio del 2013, inventore della figura del commissario Ambrosio a cui ha prestato il volto, in un film del 1988 di Sergio Corbucci, il grande Ugo Tognazzi. Olivieri fa muovere il commissario nella sua Milano che nel corso degli anni vede sempre più trasformarsi fin quasi a non riconoscerla più a causa delle trasformazioni avvenute soprattutto fra i suoi abitanti.

Ambrosio si muove fra i sospetti dei casi di omicidio scrutando nel loro animo, soppesando le espressioni, i silenzi, valutando le debolezze ed esplorando le passioni fino a giungere all’immancabile soluzione. Quelli di Olivieri sono gialli sottovoce, non eclatanti, di scavo psicologico, fitti di dialoghi e quasi privi di azione, modello Maigret di Simenon. Al posto di Parigi troviamo una Milano resa fascinosa dalla sua sapiente penna, con personaggi ed ambienti ormai forse definitivamente scomparsi. Fra le sue opere consigliamo LARGO RICHINI, dove Ambrosio è alle prese con l'indagine relativa al presunto omicidio avvenuto due anni prima di una signora dell'alta borghesia milanese. La galleria di personaggi a cui lo scrittore da vita è veramente memorabile.
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