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MAGGIO 2016

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AVVISO AI PARTECIPANTI AL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE
SI AVVISANO TUTTI I PARTECIPANTI AL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE CHE LE PREMIAZIONI AVVERRANNO SABATO 7 MAGGIO 2016 A PARTIRE DALLE ORE 15.30 PRESSO LA SALA KURSAAL DEL COMUNE DI GROTTAMMARE(AP)
17
APRILE 2016

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ISCRIVERSI ALLA PELASGO? NIENTE E' IMPOSSIBILE! PROVACI...
Campagna tesseramenti 2016: che aspetti?
16
APRILE 2016

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ENTRO IL 18 APRILE SARANNO COMUNICATE LE GRADUATORIE DEL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE
Entro il 18 Aprile 2016 saranno comunicate le classifiche delle varie sezioni in cui è suddiviso il 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE. Entro il 23 Aprile gli Autori selezionati riceveranno comunicazione a mezzo mail, lettera o telefonata del risultato conseguito.












BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
29/08/2016
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti(Memorie storiche), il nome Ischia (sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968.
29/08/2016
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!

Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti(Memorie storiche), il nome Ischia (sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968.

Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, periodo in cui molti studiosi fanno risalire il loro arrivo nel Piceno.
Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana
25/08/2016
Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana
L’altro giorno, trovandomi al bar del mio paese a sorseggiare il mio caffè quotidiano, ho assistito ad una scena per certi versi curiosa. Un ragazzo e lo zio di mia conoscenza, seduti ad un tavolo del locale, stavano intrattenendo una discussione. L’adulto, emigrato negli Stati Uniti parecchi anni fa, comunicando con il nipote usava spesso termini che lasciavano perplesso il giovane. Questi non ne comprendeva chiaramente il significato, per cui il dialogo si interrompeva frequentemente. Ad esempio ricordo che lo zio, avendo avuto la necessità di soffiarsi il naso, esclamò: “
25/08/2016
Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana

L’altro giorno, trovandomi al bar del mio paese a sorseggiare il mio caffè quotidiano, ho assistito ad una scena per certi versi curiosa. Un ragazzo e lo zio di mia conoscenza, seduti ad un tavolo del locale, stavano intrattenendo una discussione. L’adulto, emigrato negli Stati Uniti parecchi anni fa, comunicando con il nipote usava spesso termini che lasciavano perplesso il giovane. Questi non ne comprendeva chiaramente il significato, per cui il dialogo si interrompeva frequentemente. Ad esempio ricordo che lo zio, avendo avuto la necessità di soffiarsi il naso, esclamò: “

Dunn’è l’ammuccaturi?”.  Lasciando basito il nipote il quale comprese il significato del termine solo dopo avergli visto uscire dalla tasca un fazzoletto. La cosa che più mi ha colpito in questa situazione è il fatto che - nonostante i due parlassero in dialetto siciliano - fossero evidenti delle difficoltà di comunicazione. Erano a confronto due generazioni e due diverse esplicazioni dello stesso dialetto.

Ma a cosa può essere dovuto un fatto del genere? Secondo me ha influito in maniera determinante il naturale adattamento di alcuni termini di uso comune, ai vari contesti socio-culturali nel susseguirsi degli anni. La diffusione dei mass-media (e della televisione in particolare) ha enormemente favorito questo processo di scarnificazione del dialetto arcaico. Insomma il dialetto si è evoluto.

Tutte le lingue sono soggette a questo processo evolutivo, senza il quale - secondo me - andrebbero a morire. È importantissimo che una lingua come quella siciliana che da più di 2500 anni ha resistito a svariate dominazioni (acquisendo da ognuna quei termini che i suoi parlanti hanno ritenuto opportuno adottare, magari “sicilianizzandoli” ma che è rimasta intatta nella sua struttura) si adatti a quelli che sono i tempi moderni. Oggi, a maggior ragione, vista la considerazione sbagliata che hanno avuto e che purtroppo continuano ad avere anche molti siciliani stessi della loro lingua - considerandola spesso sinonimo di ignoranza e cercando di allontanarla il più possibile dai loro dialoghi - è necessario fare in modo di utilizzare una forma di scrittura più comprensibile ai giovani, che li avvicini il più possibile alla lettura, che faccia sì che la sentano più vicina a quello che è il loro modo di esprimersi. Senza cadere però in inutili italianismi, ma utilizzando invece quei termini che - per consuetudine - sono entrati a far parte della lingua siciliana, soppiantando gli stessi sinonimi più arcaici. Ciò non significa che questi stessi termini - anche se desueti - non debbano essere tutelati. Anzi si dovrebbe fare in modo di far leggere ai giovani testi di letteratura del passato affinché - confrontandoli con quelli moderni - possano comprendere lo spirito di questa terra, la cultura del loro stesso popolo che deve andar fiero delle sue tradizioni, cercando di salvaguardarle e tutelarle, così com’è sempre

accaduto sin dalla notte dei tempi.

 

Giuseppe Gerbino

 

 

Au revoir, A.
24/08/2016
Au revoir, A.
Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.
24/08/2016
Au revoir, A.

Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.

E tu lo convincesti che una vita di depravazione è per un poeta il miglior incentivo. Scappaste a Londra e trovaste l’uno nell’altro la completezza perfetta, il risarcimento di quello che avevate sofferto, fino a quando i litigi presero il sopravvento sulle riappacificazioni e tutto si concluse col colpo di pistola a Bruxelles. Alla sua uscita di prigione, un fugace incontro per non vederlo mai più e rinunciare per sempre alla poesia. Tu, che ci donasti capolavori della Letteratura mondiale, che con la tua poesia ci invitavi a ricongiungerci al nocciolo più puro dell’essere, a cercare una magari momentanea illuminazione. Tu, che esploravi percorsi spaventosi cercando di arrivare alla percezione dell’Assoluto, saresti scomparso nell’Africa più nera, commerciante e trafficante d’armi frodato da Menelik senza sapere che a Parigi i giovani ti chiamavano Maestro. Poi quel tremendo male alla gamba, tu, l’uomo dalle suole di vento, che avevi girato a piedi tutta l’Europa. Settimane di viaggio su una lettiga di fortuna con indicibili dolori per arrivare ad Aden e imbarcarsi per Marsiglia dove la gamba te la taglieranno. Ancora sofferenze che smetteranno solo quando spirerai e potrai ritornare a casa per essere sepolto qui dove sono passato a salutarti. Non c’è anima viva nei pressi e dubito che nemmeno tu sia contento di quest’ultima dimora nella landa piovosa che t’ha visto nascere dal momento che non hai fatto altro che fuggirne. Amavi il sole e avresti voluto una tomba ad Aden, di fronte al mare, ma non avrai il rumore delle onde a farti compagnia. Solo pioggia, umidità e freddo. Io sono fortunato, giornate così non ce ne sono molte nelle Ardenne, e questo pomeriggio il sole c’è e le rondini garriscono nel cielo azzurro. Ti sia lieve la terra, Arthur Rimbaud. Esco dal cimitero deserto lasciandoti lì, solo, in questo silenzio.

 

 

 

Willy Piccini

CI RIMANGO MALE...
20/08/2016
CI RIMANGO MALE...
Ci rimango male, quando la gente definisce il dialetto una “lingua di serie B”. Ci rimango male, quando i Poeti (quelli veri, con la P maiuscola) anziché scrivere le loro emozioni, allineati e coperti dietro le uniformi uniformanti della lingua italiana, non rompono le righe seguendo il loro primo istinto,
20/08/2016
CI RIMANGO MALE...

Ci rimango male, quando la gente definisce il dialetto una “lingua di serie B”. Ci rimango male, quando i Poeti (quelli veri, con la P maiuscola) anziché scrivere le loro emozioni, allineati e coperti dietro le uniformi uniformanti della lingua italiana, non rompono le righe seguendo il loro primo istinto,

quello che trasmette l’emozione dell’immediatezza attraverso quella scorciatoia che mette in comunicazione i pensieri con la parola: il dialetto.

Ci rimango male, se vedo che chi salta il fosso dell’omologazione, non trova chi possa risolvere i dubbi che vengono quando si vuole trasformare in forme grafiche un suono: il dolce suono delle parole dialettali. Sono pochissimi i centri culturali dove si “insegna dialetto”: segno di mancanza di fondi, e/o mancanza di capacità e di interesse?

Ci rimango male, quando mi rendo conto che sono pochi quelli che cercano di risolvere quei dubbi: pensano che non esistano regole e scrivono di conseguenza, usando lessico, sintassi e ortografia approssimate alle loro capacità. Forse sono loro che innescano quel meccanismo perverso che si innesca leggendo composizioni “scritte male” e che quindi abbassano il livello della qualità del linguaggio? Lo fanno perché non c’è chi insegna, o perché si sentono “imparati”?

Ci rimango male, esaminando centinaia di poesie in tutti i dialetti d’Italia e constatando che la maggior parte dei poeti riserva al vernacolo solo un certo tipo di sensazioni, argomenti, emozioni: quelle legate ai ricordi, alla tradizione, a fatterelli più o meno ironici. Difficilmente vengono affrontati temi Alti e Grandi, come se esprimersi in dialetto impedisse di esplicitare concetti sociali o politici, filosofici o religiosi, intimisti o universali.

Ci rimango male, quando vedo che i Poeti con la P maiuscola: quelli che raggiungono altissimi livelli di espressione curando sia la tecnica che il sentimento (che è la sola condizione in cui si possa parlare di Vera Poesia), vengano quasi messi da parte o esibiti come comprimari nelle varie premiazioni o recensioni. Mi accade, purtroppo è la regola, di assistere alle premiazioni dei concorsi e vedere che i premi e le premiazioni dei concorrenti siano sempre in funzione di un’attenzione maggiore per chi si esprime in lingua anziché in dialetto. Come se l’impegno nella ricerca, nell’approfondimento, nel mantenimento e nella diffusione dei dialetti, passasse in secondo piano rispetto alla facilità di espressione, all’inutile complicazione dello scritto rispetto al parlato e alla desolante omologazione delle forme e dei contenuti, di chi si esprime in italiano.

Ci rimango male, vedendo che nel “mare magnum” della poesia, i pochi “rari nantes” non vengono soccorsi perché destinati comunque ad essere perduti. È vero che  battersi per il dialetto è una battaglia di retroguardia, perché comunque la guerra si sta perdendo ed è solo questione di tempo la sparizione degli idiomi locali? A favore di che? Di una lingua sempre più sgrammaticata, sempre meno pura, sempre più appiattita come la sua poesia?

Ci rimango male quando le mie idee vengono bollate come faziose e preconcette: anni di esperienza diretta e approfondita sull’argomento, mi autorizzano ad esprimere certi concetti senza paura di essere smentito. Forse i faziosi sono quelli che non si rendono conto di far male alla poesia. (“… soffio leggero de pensiero umano/ amica che ce pija pe la mano/ e ciarigala sogno e fantasia.”)

Ci rimango male a dover fare certe considerazioni. Ci rimango molto male.

                                                                    Maurizio Marcelli

 

 

 

STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?
16/08/2016
STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?
Stiamo remando tutti nella stessa direzione? Domanda riferita naturalmente all'ambito culturale e in prima battuta ai cosiddetti operatori culturali. O, se vogliamo dirla tutta, a noi associazioni che siamo impegnate in prima linea in questo sforzo sempre più immane di tenere in piedi un settore che scricchiola davvero di brutto. Se in periodi di crisi economica il “buon” Marchionne espatria in Usa, o in Canada, o in Serbia, o … fate voi, l'operatore culturale tipo Pelasgo non può alzarsi la mattina, caricare le sue scartoffie, i suoi bravi volumi di poesia, la sua piccola stilografica,
16/08/2016
STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?

Stiamo remando tutti nella stessa direzione? Domanda riferita naturalmente all'ambito culturale e in prima battuta ai cosiddetti operatori culturali. O, se vogliamo dirla tutta, a noi associazioni che siamo impegnate in prima linea in questo sforzo sempre più immane di tenere in piedi un settore che scricchiola davvero di brutto. Se in periodi di crisi economica il “buon” Marchionne espatria in Usa, o in Canada, o in Serbia, o … fate voi, l'operatore culturale tipo Pelasgo non può alzarsi la mattina, caricare le sue scartoffie, i suoi bravi volumi di poesia, la sua piccola stilografica,

salutare tutti i parenti e gli amici e …  ricominciare una nuova vita culturale magari in Nuova Zelanda(citiamo questo paese perché un nostro anziano collega aveva studiato a fondo il Paese in cui trascorrere gli ultimi anni e dopo attento studio aveva individuato la patria All Blacks per una serie di motivi ora lunghi da spiegare in queste poche righe).

E già, l'operatore culturale resta al suo posto a combattere, a cercare di risalire e di far risalire la china, a far quadrare i pochi euro a disposizione.

Si lavora sul territorio, si lavora per il presente e soprattutto per il futuro, si lavora per dare dignità alle nostre vite e a quelle di coloro che vivono con noi, anche se spesso neanche se ne accorgono, almeno all'inizio.

Torniamo però alla domanda iniziale.

Remiamo tutti nella stessa direzione?

La nostra esperienza, come Pelasgo, ci ha portato a contatto con una molteplicità di realtà associative, nella quasi totalità sostenute da personalità davvero notevoli sia per quanto concerne la preparazione che sotto l'aspetto della motivazione.

Persone davvero encomiabili sotto ogni punto di vista che però... 

Ecco, qui c' è da scrivere un però, per rilevare come a volte ciascuno resti ancorato al proprio orticello più o meno grande, come a volte trattandosi  di proprie iniziative ci si faccia in quattro, quando poi è l'altra associazione...beh, ci siamo capiti.

Quello che sarebbe auspicabile è il poter operare in rete, collaborando insieme a quello che poi è  l'obiettivo comune, o no?

 

PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
12/08/2016
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.
12/08/2016
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.

Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.

Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano. 

RENATO OLIVIERI: IL GIALLO ITALIANO DI SERIE “A”
10/08/2016
RENATO OLIVIERI: IL GIALLO ITALIANO DI SERIE “A”
Parlare di Renato Olivieri è parlare di uno dei big del giallo italiano, uno scrittore lontano dalle grandi luci della ribalta che ci ha lasciato nel febbraio del 2013, inventore della figura del commissario Ambrosio a cui ha prestato il volto, in un film del 1988 di Sergio Corbucci, il grande Ugo Tognazzi. Olivieri fa muovere il commissario nella sua Milano che nel corso degli anni vede sempre più trasformarsi fin quasi a non riconoscerla più a causa delle trasformazioni avvenute soprattutto fra i suoi abitanti.
10/08/2016
RENATO OLIVIERI: IL GIALLO ITALIANO DI SERIE “A”

Parlare di Renato Olivieri è parlare di uno dei big del giallo italiano, uno scrittore lontano dalle grandi luci della ribalta che ci ha lasciato nel febbraio del 2013, inventore della figura del commissario Ambrosio a cui ha prestato il volto, in un film del 1988 di Sergio Corbucci, il grande Ugo Tognazzi. Olivieri fa muovere il commissario nella sua Milano che nel corso degli anni vede sempre più trasformarsi fin quasi a non riconoscerla più a causa delle trasformazioni avvenute soprattutto fra i suoi abitanti.

Ambrosio si muove fra i sospetti dei casi di omicidio scrutando nel loro animo, soppesando le espressioni, i silenzi, valutando le debolezze ed esplorando le passioni fino a giungere all’immancabile soluzione. Quelli di Olivieri sono gialli sottovoce, non eclatanti, di scavo psicologico, fitti di dialoghi e quasi privi di azione, modello Maigret di Simenon. Al posto di Parigi troviamo una Milano resa fascinosa dalla sua sapiente penna, con personaggi ed ambienti ormai forse definitivamente scomparsi. Fra le sue opere consigliamo LARGO RICHINI, dove Ambrosio è alle prese con l'indagine relativa al presunto omicidio avvenuto due anni prima di una signora dell'alta borghesia milanese. La galleria di personaggi a cui lo scrittore da vita è veramente memorabile.
ISTRUZIONI PER L'USO DEL FUTURO
06/08/2016
ISTRUZIONI PER L'USO DEL FUTURO
Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Ripartire da questo articolo della nostra ormai tanto bistrattata e vituperata Costituzione è come cercare di trovare uno straccio di punto di partenza nel dibattito sull’attuale crisi economica, sociale e culturale. Sì, perché ormai è dannatamente evidente che la crisi che stiamo vivendo forse è soltanto in minima parte economica, il che è tutto dire... Un progetto di comunità è andato a farsi benedire e sembra ormai che l’uomo abbia una sola dimensione: quella monetaria.
06/08/2016
ISTRUZIONI PER L'USO DEL FUTURO

Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Ripartire da questo articolo della nostra ormai tanto bistrattata e vituperata Costituzione è come cercare di trovare uno straccio di punto di partenza nel dibattito sull’attuale crisi economica, sociale e culturale. Sì, perché ormai è dannatamente evidente che la crisi che stiamo vivendo forse è soltanto in minima parte economica, il che è tutto dire... Un progetto di comunità è andato a farsi benedire e sembra ormai che l’uomo abbia una sola dimensione: quella monetaria.

Wislawa Szimborska, poetessa  (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)
03/08/2016
Wislawa Szimborska, poetessa (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)
Quando una poetessa come lei se ne va non si prova tristezza o un qualsiasi altro sentimento in cui malinconia, nostalgia, senso di vuoto, tristezza la fanno da padroni.
03/08/2016
Wislawa Szimborska, poetessa (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)

Quando una poetessa come lei se ne va non si prova tristezza o un qualsiasi altro sentimento in cui malinconia, nostalgia, senso di vuoto, tristezza la fanno da padroni.

Quando una poetessa come lei se ne va si pensa soltanto a tutte le cose belle che
ci lascia in dono per sempre col suo stile inconfondibile retto su tonalità basse, in sordina.
Di lei rimangono il suo senso dell'umorismo, la diffidenza verso qualsiasi scuola e gruppo letterario, il suo stupore verso i mille miracoli dell'esistenza.
Nella rubrica letteraria che teneva e in cui rispondeva a poeti e scrittori esordienti,
spesso li esortava a lasciar perdere e a dedicarsi a un'attività ugualmente gratificante: la lettura.
Sopra ogni cosa crediamo rimanga il discorso tenuto per la consegna del Nobel per la Letteratura
tutto incentrato su quelle due parole magiche. "non so".
Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso "non so". Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d'una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova ancora una volta e un'altra ancora, finché gli storici della letteratura non legheranno insieme prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole "patrimonio artistico"
Davvero straordinaria, ciao Wislawa!

AD ALCUNI PIACE LA POESIA(W.SZIMBORSKA)
Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.
Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.
La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

RIPRESI DALLO SCAFFALE: IL BUIO OLTRE LA SIEPE
02/08/2016
RIPRESI DALLO SCAFFALE: IL BUIO OLTRE LA SIEPE
Premio Pulitzer nel 1960, il romanzo di Harper Lee merita di essere senz'altro rispolverato e a distanza di oltre cinquant'anni mantiene intatto tutto il suo fascino. Harper Lee è una strana scrittrice, amica di Truman Capote, fu spinta proprio da quest'ultimo a mettere sulla carta i racconti della sua infanzia che andava facendo al grande scrittore. Così lasciò il suo lavoro e nacque TO KILL A MOCKINGBIRD(Uccidere un usignolo) tradotto in italiano nel bellissimo IL BUIO OLTRE LA SIEPE, una volta tanto affascinante quanto l'originale.
02/08/2016
RIPRESI DALLO SCAFFALE: IL BUIO OLTRE LA SIEPE

Premio Pulitzer nel 1960, il romanzo di Harper Lee merita di essere senz'altro rispolverato e a distanza di oltre cinquant'anni mantiene intatto tutto il suo fascino. Harper Lee è una strana scrittrice, amica di Truman Capote, fu spinta proprio da quest'ultimo a mettere sulla carta i racconti della sua infanzia che andava facendo al grande scrittore. Così lasciò il suo lavoro e nacque TO KILL A MOCKINGBIRD(Uccidere un usignolo) tradotto in italiano nel bellissimo IL BUIO OLTRE LA SIEPE, una volta tanto affascinante quanto l'originale.

Perché se da un lato uccidere un usignolo è un peccato davvero grave poiché parliamo di un animale innocuo che anzi ci allieta col suo canto, dall'altro, il titolo italiano fa riferimento a tutto ciò che ci è vicino ma che nonostante tutto non conosciamo e anzi ci fa paura. La storia è risaputa, tutto il libro è narrato in prima persona da una bambina: Scout, ambientato negli anni trenta nell'Alabama del sud dove il problema razziale era particolarmente sentito. Atticus, il padre di Scout, come avvocato si troverà a difendere da una grave accusa un uomo di colore e ...non sveliamo altro perché la storia è davvero appassionante e per, chi non l'ha ancora letta, merita di essere goduta appieno. Il buio oltre la siepe presenta inoltre più livelli di lettura. La spensieratezza dell'infanzia che prima o poi finisce col dover fare i conti con la scoperta della durezza della vita, il rapporto padre-figlio, il problema razziale, l'assurdità di certi pregiudizi: nel libro trovate un po' tutto questo e molto ancora. Dopo quel 1960, si sarebbe compiuta la stagione dei Martin Luther King e dei Kennedy. Sosteneva un critico: vale mille volte di più il libro di Harper Lee che tanti discorsi sull'intolleranza e il razzismo. Come non essere d'accordo?

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