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AVVISO AI PARTECIPANTI ALL'8° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE
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Campagna tesseramenti 2017: che aspetti?
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RICEVIAMO DA ALCUNI AMICI
Durante un bellissimo viaggio di amicizia, abbiamo scattato questa foto, eravamo ad Atanga, distretto di Gulu, Nord Uganda... visitavamo una scuola materna. I bambini erano felicissimi dei regali che avevamo portato loro... tra cui la T-shirt di Pelasgo.












I SELEZIONATI DELL' 8°CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE-PRESIDENZA:FRANCO LOI. SULLA PAGINA FACEBOOK(Pelasgo Grottammare) i vincitori sezione per sezione.
23/04/2017
I SELEZIONATI DELL' 8°CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE-PRESIDENZA:FRANCO LOI. SULLA PAGINA FACEBOOK(Pelasgo Grottammare) i vincitori sezione per sezione.
ECCO I SELEZIONATI DELL'OTTAVA EDIZIONE:
23/04/2017
I SELEZIONATI DELL' 8°CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE-PRESIDENZA:FRANCO LOI. SULLA PAGINA FACEBOOK(Pelasgo Grottammare) i vincitori sezione per sezione.

ECCO I SELEZIONATI DELL'OTTAVA EDIZIONE:

BEATRICE(BICE) PIACENTINI RINALDI: UNA GRANDE POETESSA SAMBENEDETTESE
06/04/2017
BEATRICE(BICE) PIACENTINI RINALDI: UNA GRANDE POETESSA SAMBENEDETTESE
Non molti, al di fuori del Piceno, conoscono la figura e l'opera di Bice Piacentini che al contrario costituisce un vero e proprio “monumento” per ogni sambenedettese. Vissuta nella seconda metà del 1800 e morta nel 1942, è stata la poetessa che ha saputo elevare il dialetto locale a vera e propria lingua letteraria attraverso soprattutto i suoi sonetti in cui ha ritratto la vita del popolo di quegli anni.
06/04/2017
BEATRICE(BICE) PIACENTINI RINALDI: UNA GRANDE POETESSA SAMBENEDETTESE

Non molti, al di fuori del Piceno, conoscono la figura e l'opera di Bice Piacentini che al contrario costituisce un vero e proprio “monumento” per ogni sambenedettese. Vissuta nella seconda metà del 1800 e morta nel 1942, è stata la poetessa che ha saputo elevare il dialetto locale a vera e propria lingua letteraria attraverso soprattutto i suoi sonetti in cui ha ritratto la vita del popolo di quegli anni.

Proprio per questo la sua opera acquista un valore quasi antropologico nell'averci lasciato un ritratto fedelissimo di quegli anni e di quel tipo di società: senza di lei quel mondo sarebbe stato condannato al dimenticatoio.

Invece, a distanza di oltre cento anni, il marinaio, la sposa, la vecchierella, la famiglia di quei tempi continua a mostrarsi con una vitalità davvero unica.

La scelta di usare il dialetto fu la decisione di abbracciare una sorta di canone verista nel ritrarre un ambito sociale che narrato in lingua dotta non avrebbe assunto la vividezza raggiunta nell'opera della Piacentini.

Di lei, autrice dei Sonetti marchigiani, rimane l'appassionata dichiarazione d'amore nei confronti della sua città: San Benedetto, definito il più bel paese del mondo.

 

 

 

 

SAMMENEDETTE




Lu mònne 'ntire pù pure ggèrà

        lu mònne 'ntire comma sta piantate,

        e quanne scillu tutte reggerate,

        revì jècche e tte sinte ricrìa.



Quiste jè nu paèse 'ffatturate;

         se lu sci viste 'n te lu pù scurdà

         e lu frastìre che cca capetate

         ce revè, preste u tarde, 'n ce penzà! 



J'atre pajìce ce pò pure dì!

         Appitt'a nnuje, ccuse 'nn'arèvente

         jècche ji murte ji fa rebbevì!



Sammenedètte, care bbille mì,

           lu mare, tune jè lu ppiù lucènte,

           lu cìle tùne jè lu ppiu ttrecchì!





Beatrice Piacentini - Rinaldi

CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975
05/04/2017
CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975
CHE COS'È LA CULTURA? «Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija.
05/04/2017
CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975

CHE COS'È LA CULTURA? «Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija.

Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. 

[…]

Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo": produrre e consumare.

L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere […] è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. 

[…] 

Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo.


(Da una intervista rilasciata a Furio Colombo nel 1975)

Au revoir, A.
04/04/2017
Au revoir, A.
Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.
04/04/2017
Au revoir, A.

Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.

E tu lo convincesti che una vita di depravazione è per un poeta il miglior incentivo. Scappaste a Londra e trovaste l’uno nell’altro la completezza perfetta, il risarcimento di quello che avevate sofferto, fino a quando i litigi presero il sopravvento sulle riappacificazioni e tutto si concluse col colpo di pistola a Bruxelles. Alla sua uscita di prigione, un fugace incontro per non vederlo mai più e rinunciare per sempre alla poesia. Tu, che ci donasti capolavori della Letteratura mondiale, che con la tua poesia ci invitavi a ricongiungerci al nocciolo più puro dell’essere, a cercare una magari momentanea illuminazione. Tu, che esploravi percorsi spaventosi cercando di arrivare alla percezione dell’Assoluto, saresti scomparso nell’Africa più nera, commerciante e trafficante d’armi frodato da Menelik senza sapere che a Parigi i giovani ti chiamavano Maestro. Poi quel tremendo male alla gamba, tu, l’uomo dalle suole di vento, che avevi girato a piedi tutta l’Europa. Settimane di viaggio su una lettiga di fortuna con indicibili dolori per arrivare ad Aden e imbarcarsi per Marsiglia dove la gamba te la taglieranno. Ancora sofferenze che smetteranno solo quando spirerai e potrai ritornare a casa per essere sepolto qui dove sono passato a salutarti. Non c’è anima viva nei pressi e dubito che nemmeno tu sia contento di quest’ultima dimora nella landa piovosa che t’ha visto nascere dal momento che non hai fatto altro che fuggirne. Amavi il sole e avresti voluto una tomba ad Aden, di fronte al mare, ma non avrai il rumore delle onde a farti compagnia. Solo pioggia, umidità e freddo. Io sono fortunato, giornate così non ce ne sono molte nelle Ardenne, e questo pomeriggio il sole c’è e le rondini garriscono nel cielo azzurro. Ti sia lieve la terra, Arthur Rimbaud. Esco dal cimitero deserto lasciandoti lì, solo, in questo silenzio.

 

 

 

Willy Piccini

Wislawa Szimborska, poetessa  (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)
03/04/2017
Wislawa Szimborska, poetessa (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)
Quando una poetessa come lei se ne va non si prova tristezza o un qualsiasi altro sentimento in cui malinconia, nostalgia, senso di vuoto, tristezza la fanno da padroni.
03/04/2017
Wislawa Szimborska, poetessa (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)

Quando una poetessa come lei se ne va non si prova tristezza o un qualsiasi altro sentimento in cui malinconia, nostalgia, senso di vuoto, tristezza la fanno da padroni.

Quando una poetessa come lei se ne va si pensa soltanto a tutte le cose belle che
ci lascia in dono per sempre col suo stile inconfondibile retto su tonalità basse, in sordina.
Di lei rimangono il suo senso dell'umorismo, la diffidenza verso qualsiasi scuola e gruppo letterario, il suo stupore verso i mille miracoli dell'esistenza.
Nella rubrica letteraria che teneva e in cui rispondeva a poeti e scrittori esordienti,
spesso li esortava a lasciar perdere e a dedicarsi a un'attività ugualmente gratificante: la lettura.
Sopra ogni cosa crediamo rimanga il discorso tenuto per la consegna del Nobel per la Letteratura
tutto incentrato su quelle due parole magiche. "non so".
Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso "non so". Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d'una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova ancora una volta e un'altra ancora, finché gli storici della letteratura non legheranno insieme prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole "patrimonio artistico"
Davvero straordinaria, ciao Wislawa!

AD ALCUNI PIACE LA POESIA(W.SZIMBORSKA)
Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.
Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.
La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana
31/03/2017
Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana
L’altro giorno, trovandomi al bar del mio paese a sorseggiare il mio caffè quotidiano, ho assistito ad una scena per certi versi curiosa. Un ragazzo e lo zio di mia conoscenza, seduti ad un tavolo del locale, stavano intrattenendo una discussione. L’adulto, emigrato negli Stati Uniti parecchi anni fa, comunicando con il nipote usava spesso termini che lasciavano perplesso il giovane. Questi non ne comprendeva chiaramente il significato, per cui il dialogo si interrompeva frequentemente. Ad esempio ricordo che lo zio, avendo avuto la necessità di soffiarsi il naso, esclamò: “
31/03/2017
Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana

L’altro giorno, trovandomi al bar del mio paese a sorseggiare il mio caffè quotidiano, ho assistito ad una scena per certi versi curiosa. Un ragazzo e lo zio di mia conoscenza, seduti ad un tavolo del locale, stavano intrattenendo una discussione. L’adulto, emigrato negli Stati Uniti parecchi anni fa, comunicando con il nipote usava spesso termini che lasciavano perplesso il giovane. Questi non ne comprendeva chiaramente il significato, per cui il dialogo si interrompeva frequentemente. Ad esempio ricordo che lo zio, avendo avuto la necessità di soffiarsi il naso, esclamò: “

Dunn’è l’ammuccaturi?”.  Lasciando basito il nipote il quale comprese il significato del termine solo dopo avergli visto uscire dalla tasca un fazzoletto. La cosa che più mi ha colpito in questa situazione è il fatto che - nonostante i due parlassero in dialetto siciliano - fossero evidenti delle difficoltà di comunicazione. Erano a confronto due generazioni e due diverse esplicazioni dello stesso dialetto.

Ma a cosa può essere dovuto un fatto del genere? Secondo me ha influito in maniera determinante il naturale adattamento di alcuni termini di uso comune, ai vari contesti socio-culturali nel susseguirsi degli anni. La diffusione dei mass-media (e della televisione in particolare) ha enormemente favorito questo processo di scarnificazione del dialetto arcaico. Insomma il dialetto si è evoluto.

Tutte le lingue sono soggette a questo processo evolutivo, senza il quale - secondo me - andrebbero a morire. È importantissimo che una lingua come quella siciliana che da più di 2500 anni ha resistito a svariate dominazioni (acquisendo da ognuna quei termini che i suoi parlanti hanno ritenuto opportuno adottare, magari “sicilianizzandoli” ma che è rimasta intatta nella sua struttura) si adatti a quelli che sono i tempi moderni. Oggi, a maggior ragione, vista la considerazione sbagliata che hanno avuto e che purtroppo continuano ad avere anche molti siciliani stessi della loro lingua - considerandola spesso sinonimo di ignoranza e cercando di allontanarla il più possibile dai loro dialoghi - è necessario fare in modo di utilizzare una forma di scrittura più comprensibile ai giovani, che li avvicini il più possibile alla lettura, che faccia sì che la sentano più vicina a quello che è il loro modo di esprimersi. Senza cadere però in inutili italianismi, ma utilizzando invece quei termini che - per consuetudine - sono entrati a far parte della lingua siciliana, soppiantando gli stessi sinonimi più arcaici. Ciò non significa che questi stessi termini - anche se desueti - non debbano essere tutelati. Anzi si dovrebbe fare in modo di far leggere ai giovani testi di letteratura del passato affinché - confrontandoli con quelli moderni - possano comprendere lo spirito di questa terra, la cultura del loro stesso popolo che deve andar fiero delle sue tradizioni, cercando di salvaguardarle e tutelarle, così com’è sempre

accaduto sin dalla notte dei tempi.

 

Giuseppe Gerbino

 

 

MASSIMO LUGLI: IL THRILLER ITALICO A TINTE FORTI.
27/03/2017
MASSIMO LUGLI: IL THRILLER ITALICO A TINTE FORTI.
Nome ormai consolidato nel panorama narrativo italiano per quanto riguarda il thriller, Massimo Lugli riversa nei suoi lavori quanto assorbito sul terreno come giornalista di nera. Protagonista dei suoi romanzi un giornalista: Marco Corvino, appunto di cronaca nera, che deve vedersela con serial killer e psicopatici che si muovono in una Roma quanto mai oscura.
27/03/2017
MASSIMO LUGLI: IL THRILLER ITALICO A TINTE FORTI.

Nome ormai consolidato nel panorama narrativo italiano per quanto riguarda il thriller, Massimo Lugli riversa nei suoi lavori quanto assorbito sul terreno come giornalista di nera. Protagonista dei suoi romanzi un giornalista: Marco Corvino, appunto di cronaca nera, che deve vedersela con serial killer e psicopatici che si muovono in una Roma quanto mai oscura.

Le storie sono a tinte forti e Lugli non risparmia al lettore crudezze e crudeltà somministrate con un linguaggio esplicito che lascia ben poco all'immaginazione. Che dire di più? Il thriller è ben strutturato, il protagonista simpatico, le figure che si muovono di contorno credibili e ben tratteggiate. La storia ti prende e ti porta fino alla fine in un crescendo di efferatezze e colpi di scena a volte spiazzanti, a volte un po' meno, ma il lavoro non è da buttar via e con un certo compiacimento scopriamo che anche il noir italico abbraccia stili e tematiche in maniera meno provinciale e con quella durezza che ormai caratterizza il quotidiano anche dell'ex Bel Paese. Consigliato.
Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 1855 – Bologna, 1912) Un “grande” della nostra Letteratura
20/03/2017
Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 1855 – Bologna, 1912) Un “grande” della nostra Letteratura
Nel 2012 si è ricordato il 100° della scomparsa del poeta Giovanni Pascoli, uno dei “grandi” della nostra letteratura. Per quelli della nostra generazione, ossia nati a cavallo degli anni ’40-’50 del secolo scorso, già sui banchi della scuola elementare abbiamo im-parato a conoscere un poco il poeta romagnolo.
20/03/2017
Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 1855 – Bologna, 1912) Un “grande” della nostra Letteratura

Nel 2012 si è ricordato il 100° della scomparsa del poeta Giovanni Pascoli, uno dei “grandi” della nostra letteratura. Per quelli della nostra generazione, ossia nati a cavallo degli anni ’40-’50 del secolo scorso, già sui banchi della scuola elementare abbiamo im-parato a conoscere un poco il poeta romagnolo.

 

Infatti, chi non ricorda alcune delle poesie imparate a memoria: La quercia caduta, Àrano, La mia sera e, soprattutto, La cavalla storna, e tante altre? Poi, con l'avvento della poesia "ermetica", l'interesse sulla poesia del Pascoli è scemato parecchio, e neppure della sua vita complessa (e anche controversa), si è parlato quasi più.

Eppure il poeta, non soltanto è tuttora uno dei più "grandi" della nostra letteratura, ma la sua stessa vita è sicuramente degna di essere rispolverata e magari anche a approfondita, pur con i suoi tanti aspetti controversi.

Ma andiamo per ordine: Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli, in provincia di Rimini) il 31 dicembre 1855, quarto figlio di Ruggero e Caterina Allocatelli Vincenzi. Vive la sua infanzia nella tenuta agricola "La Torre" dei principi Torlonia, di cui il padre è amministratore.

Dal 1861 al 1871 studia nel collegio dei Padri Scolopi, ad Urbino. Tra i suoi insegnanti c'è il latinista G. Giacoletti, già vincitore del premio internazionale per una poesia in latino ad Amsterdam: premio che il Pascoli, come vedremo, vincerà a sua volta, e in diverse edizioni. Ad Urbino pubblicherà la sua prima poesia, Il pianto dei compagni (1867), per la morte di un compagno di studi, Pirro Viviani, che sarà poi ricordato nella nota poesia L'aquilone. Però, il 10 agosto del 1867 la sua vita viene sconvolta dalla tragedia: mentre il padre tornava a casa in calesse, viene assassinato con alcuni colpi di fucile.

Dell'assassinio non si scoprirà mai l'esecutore, anche se il Pascoli ebbe più di un sospetto (di natura politica), forse anche molto probante, ma che la Giustizia non acclarò mai.

Ma l'anno 1867 fu anche l'inizio di una serie di lutti che colpirà la sua famiglia. L'anno successivo la morte del padre, muore per malattia anche la madre; quindi, nel 1871 scompare il fratello Luigi e nel 1876 l'altro fratello Giacomo, a quel tempo unico sostegno per la famiglia.

Seguono anni di miseria, anche perché gli sarà revocata la borsa di studio conferitagli nel 1873 (tra gli esaminatori Giosuè Carducci) a causa di una manifestazione di studenti contro il Ministro Bonghi; conosce e fa amicizia con l'anarchico Andrea Costa, uno dei "padri" del Socialismo italiano e nel 1878 si iscrive all'Internazionale Socialista; si impegna in riunioni e attività politiche, partecipando a manifestazioni di piazza. Il 7 settembre 1879, avendo manifestato in favore di un gruppo di internazionalisti, viene arrestato e rinchiuso nel carcere di San Giovanni in Monte, a Bologna: vi resterà quasi quattro mesi, fino al 22 dicembre, quando viene prosciolto con formula piena, grazie anche a una dichiarazione scritta di Carducci. È tuttavia durante la detenzione che maturerà la coscienza della vacuità dell'azione politica eversiva, pur rimanendo sostanzialmente aderente alla concezione utopistica del socialismo.

 

Riottenuta la borsa di studio, nel 1882 si laurea in discutendo una tesi sulla metrica di Alceo. Nello stesso anno è chiamato ad insegnare latino e greco al liceo "Duni" di Matera; nel 1884 è a Massa, quindi nel 1887 a Livorno. Nel 1896 è nominato professore incaricato di grammatica greca e latina all'Università di Bologna, dove ritrova i vecchi amici e colleghi, tra il poeta Severino Ferrari. In quello stesso anno matura la decisione di fidanzarsi con la cugina Imelde Morri, ma da cui è costretto a separarsi per la ferrea opposizione della sorella Maria, di cui diremo appresso. L'anno successivo è chiamato a Messina come ordinario di letteratura latina: vi rimarrà fino al 1903, quando viene trasferito a Pisa. Nel 1905 è ancora a Bologna alla cattedra di letteratura italiana, già occupata dal Carducci.

Intanto nel 1892 ha vinto il Concorso internazionale di poesia latina ad Amsterdam (ne vincerà tanti altri, ben quattro a tutto il 1896, e l'ultimo nel 1912); nel 1895, dopo il matrimonio della sorella Ida, evento per il quale il poeta ne è come sconvolto, si trasferisce a Castelvecchio di Barga, in Garfagnana, in una casa acquistata con la vendita delle medaglie d'oro conquistate ad Amsterdarm, con Maria, che sarà per lui il nucleo familiare superstite e a cui resterà legato per tutta la vita.


Ai primi di febbraio del 1912 si ammala di tumore al fegato: muore a Bologna il 6 aprile dello stesso anno; ha da poco compiuto 56 anni.


La sua attività letteraria inizia con la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, Miricae (1891). A partire dal 1895 inizia la composizione e relativa pubblicazione dei Poemetti, che saranno successivamente riordinati, divisi e ripubblicati in Primi poemetti (1904),Poemi conviviali (1904-105) Nel 1903 escono i Canti di Castelvecchio; quindi Odi e inni (1906), Nuovi poemetti, Le canzoni di Re Enzio(1909), Poemi italici e Poemi del Risorgimento, postumi e incompiuti (1913).


Una raccolta sistematica delle sue poesie in latino - contenente anche quelle vincitrici dei concorsi ad Amsterdam - sarà pubblicata postuma, nel 1915, col titolo di Carmina.


La "poetica" fondamentale del Pascoli può ricondursi in una concezione dolorosa della vita, sulla quale influirono due fatti principali: le tragedie familiari e la crisi di fine ottocento.


I lutti di cui si è detto lasciarono nel suo animo un'impressione profonda e gli ispirarono il mito del "nido" familiare da ricostruire, del quale fanno parte i vivi e idealmente i morti, legati ai vivi dai fili di una misteriosa presenza. In una società sconvolta dalla violenza e in una condizione umana di dolore e di angoscia esistenziale, la casa è il rifugio nel quale i dolori e le ansie si placano.


L'altro elemento che influenzò il pensiero di Pascoli, fu la crisi che si verificò verso la fine dell'Ottocento e travolse i suoi miti più celebrati, a cominciare dalla scienza liberatrice e dal mito del progresso. Pascoli, nonostante fosse un seguace delle dottrine positivistiche, non solo riconobbe l'impotenza della scienza nella risoluzione dei problemi umani e sociali, ma l'accusò anche di aver reso più infelice l'uomo, distruggendogli la fede in Dio e nell'immortalità dell'anima, che erano stati per secoli il suo conforto.


Circa la vita sentimentale del Pascoli, sappiamo che lui non si sposò mai, che il fidanzamento con la cugina Imelde Morri fu solo una parentesi breve e forse di nessun trasporto affettivo; che di contro fu molto legato - né a tutt'oggi sappiamo di che effettiva natura fosse il sentimento - alle sorelle Maria e Ida, specialmente alla prima, la quale al pari del fratello non si sposò.


Ma anche il legame affettivo con la sorella Ida è alquanto contraddittorio: allorquando lei si sposò (1895) il poeta da Roma - dove era stato "comandato" dal Ministero della Pubblica Istruzione - sconvolto, scrive una lettera alla sorella Maria, in cui testualmente si dice: "Questo è l'anno terribile; dell'anno terribile questo è il mese più terribile. Non sono sereno: sono disperato. Io amo disperatamente angosciosamente la mia famigliola che da tredici anni, virtualmente, mi sono fatta e che ora si disfà, per sempre. Io resto attaccato a voi, a voi due, a tutte e due: a volte sono preso da accesi furori d'ira, nel pensare che l'una freddamente se ne va strappandomi il cuore, se ne va lasciandomi mezzo morto in mezzo alla distruzione de' miei interessi, della mia gloria, del mio avvenire, di tutto!"

 

Fu forse questa la circostanza che fece ventilare a qualcuno la possibilità di un rapporto incestuoso con una o ambedue le sorelle; ma, come si diceva prima, il fatto non è stato mai accertato. Come non è stata mai accertata l'omosessualità del Pascoli, da alcuni ipotizzata; anzi, alla luce di nuove approfondite ricerche, pare che il poeta fosse sicuramente eterosessuale.


La "poetica" del Pascoli per larghi tratti può essere ricondotta allo scritto teorico del Il fanciullino (1897), in cui egli motiva la sua concezione della poesia: il poeta appunto è equiparato al "fanciullino" che "piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla ragione". Questa concezione antintellettualistica è in effetti alla base dell'opera poetica pascoliana, che ne costituisce la corrente espressione. Ma, ben al di là della cupezza e della confusionarietà teorica del Nostro, la sua poesia va intesa come rottura e reazione alla tradizione classicista e oratoria che aveva in Carducci il suo ultimo protagonista e dominatore presso il pubblico dei lettori. Al mondo della meditazione storica e dei temi di carattere "civile", egli sostituisce quello degli affetti e delle emozioni quotidiani e della riflessione esistenziale. Con il Pascoli la poesia si volge decisamente a una dimensione lirica. Anche il linguaggio opera con il poeta romagnolo una sterzata fondamentale, conferendo alla parola una funzione allusiva ed evocativa (ripresa poi dagli "ermetici"). Così i temi della poesia pascoliana sono, prevalentemente, quelli della nostalgia dell'età infantile, della civiltà contadina intesa come recupero idillico del rapporto uomo-natura, del senso della morte come limite non solo fisico dell'esperienza umana. Insieme con la sua tragica esperienza familiare, concorre a formare questa concezione il trauma delle dure lotte sociali che si stavano sviluppando proprio nella sua Romagna. Infine, un altro elemento determinante di questa sfiducia nella razionalità, fu, come si è accennato, la crisi dello scientismo positivistico.


Tutti questi elementi influirono e si riflessero negativamente anche sulle sue avanzate posizioni politiche, che addirittura sfociarono in decisa reazione: infatti, il documento più eclatante di questa sua inversione ideologica fu il discorso La grande proletaria si è mossa, del 1911, a sostegno dell'intervento colonialista italiano in Libia.


Ciononostante, pur tra mille contraddizioni, con diversi critici in posizioni diverse e talora divergenti - il Croce, ad esempio, nel 1907, nel massimo della fama del Pascoli, pubblicherà su di lui un severo giudizio (ma noi non ci sorprendiamo delle sonore e fuorvianti "stroncature" del critico abruzzese, auspicando nel contempo che la sua critica venga rivista e corretta) - il Pascoli resta sicuramente una delle voci più interessanti e finanche innovative dell'intera letteratura italiana e che avvia la sostanziale riforma poetica del '900.

STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?
20/03/2017
STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?
Stiamo remando tutti nella stessa direzione? Domanda riferita naturalmente all'ambito culturale e in prima battuta ai cosiddetti operatori culturali. O, se vogliamo dirla tutta, a noi associazioni che siamo impegnate in prima linea in questo sforzo sempre più immane di tenere in piedi un settore che scricchiola davvero di brutto. Se in periodi di crisi economica il “buon” Marchionne espatria in Usa, o in Canada, o in Serbia, o … fate voi, l'operatore culturale tipo Pelasgo non può alzarsi la mattina, caricare le sue scartoffie, i suoi bravi volumi di poesia, la sua piccola stilografica,
20/03/2017
STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?

Stiamo remando tutti nella stessa direzione? Domanda riferita naturalmente all'ambito culturale e in prima battuta ai cosiddetti operatori culturali. O, se vogliamo dirla tutta, a noi associazioni che siamo impegnate in prima linea in questo sforzo sempre più immane di tenere in piedi un settore che scricchiola davvero di brutto. Se in periodi di crisi economica il “buon” Marchionne espatria in Usa, o in Canada, o in Serbia, o … fate voi, l'operatore culturale tipo Pelasgo non può alzarsi la mattina, caricare le sue scartoffie, i suoi bravi volumi di poesia, la sua piccola stilografica,

salutare tutti i parenti e gli amici e …  ricominciare una nuova vita culturale magari in Nuova Zelanda(citiamo questo paese perché un nostro anziano collega aveva studiato a fondo il Paese in cui trascorrere gli ultimi anni e dopo attento studio aveva individuato la patria All Blacks per una serie di motivi ora lunghi da spiegare in queste poche righe).

E già, l'operatore culturale resta al suo posto a combattere, a cercare di risalire e di far risalire la china, a far quadrare i pochi euro a disposizione.

Si lavora sul territorio, si lavora per il presente e soprattutto per il futuro, si lavora per dare dignità alle nostre vite e a quelle di coloro che vivono con noi, anche se spesso neanche se ne accorgono, almeno all'inizio.

Torniamo però alla domanda iniziale.

Remiamo tutti nella stessa direzione?

La nostra esperienza, come Pelasgo, ci ha portato a contatto con una molteplicità di realtà associative, nella quasi totalità sostenute da personalità davvero notevoli sia per quanto concerne la preparazione che sotto l'aspetto della motivazione.

Persone davvero encomiabili sotto ogni punto di vista che però... 

Ecco, qui c' è da scrivere un però, per rilevare come a volte ciascuno resti ancorato al proprio orticello più o meno grande, come a volte trattandosi  di proprie iniziative ci si faccia in quattro, quando poi è l'altra associazione...beh, ci siamo capiti.

Quello che sarebbe auspicabile è il poter operare in rete, collaborando insieme a quello che poi è  l'obiettivo comune, o no?

 

50 SFUMATURE D’AMORE. LA VIOLENZA SULLE DONNE...
16/03/2017
50 SFUMATURE D’AMORE. LA VIOLENZA SULLE DONNE...
“D’amore non si muore” cantava Giovanni Colone alias “Massimo Ranieri nella sua “Rose Rosse per te”. Quarantasei anni dopo l’uscita del brano che ha conquistato il cuore degli italiani, la musica sembra non essere più la stessa.
16/03/2017
50 SFUMATURE D’AMORE. LA VIOLENZA SULLE DONNE...

“D’amore non si muore” cantava Giovanni Colone alias “Massimo Ranieri nella sua “Rose Rosse per te”. Quarantasei anni dopo l’uscita del brano che ha conquistato il cuore degli italiani, la musica sembra non essere più la stessa.

Nel mio lavoro di cronista, capita quotidianamente di raccontare storie di vita ai margini della realtà; molte di esse hanno come comune denominatore la violenza.  Dallo stalking al femminicidio: basta aprire il giornale, di mattina, per scoprire che ancora una giovane è stata violentata; una moglie, picchiata; una ex compagna, ammazzata.

In Italia, ogni tre giorni una donna viene uccisa in nome di un amore finito o mai corrisposto. Al di fuori dei confini nazionali, la casistica ha cifre ben più spaventose. Alcuni studi condotti dall’organizzazione internazionale WomanStats  hanno rivelato  che nel mondo è ancora in atto un’ostinata guerra contro la donna. Africa orientale, Asia centrale e sud-est Asiatico sono le regioni a più alta criticità. Lo testimonia la storia di Gulnaz, la giovane afghana che, dopo 12 anni trascorsi in carcere a scontare la pena cui sono costrette le vittime di stupro, ha deciso di sposare l’uomo che l’ha violentata. Il motivo? Recuperare l’onore perduto. Gulnaz, rimasta incinta del suo aguzzino, venne infatti ripudiata da famiglia e amici. Per fortuna, non mancano  storie a lieto fine. E sono proprio quelle a cui voglio dare voce, attraverso il racconto di chi le ha vissute sulla propria pelle. Bellissima e raggiante, sebbene l’acido le abbia deturpato il volto, Lucia Annibali è l’esempio da cui tutti dovremmo trarre insegnamento. Una vita felice quella dell’ avvocatessa 35enne fino a quel maledetto 6 aprile 2013. “Possono togliermi il mio viso, ma non la voglia di ricominciare” aveva detto Lucia lo scorso 8 marzo, mentre - in occasione della festa della donna – l’ex Presidente Napolitano le conferiva la carica di Cavaliere al merito della Repubblica. Un riconoscimento alla forza e al coraggio delle donne che da Roma approda nel comune di  Grottammare grazie all’Associazione culturale Pelasgo 968 che per il 6° anno consecutivo presenta il Concorso letterario in cui saranno premiate le migliori poesie e prose dedicate al sociale. Tra queste, anche “L’Ultima parola” di Daniele Donati. Il racconto breve si è aggiudicato il Premio Narrativa Cub Unesco San Benedetto del Tronto. Obiettivo, cambiare un poco alla volta la realtà che ci circonda. E farlo attraverso la scrittura, la musica, l’arte e la cultura. Perché non sia la violenza ad avere “l’ultima parola”. 

 

Jessica Balestra

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