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MAGGIO 2016

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AVVISO AI PARTECIPANTI AL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE
SI AVVISANO TUTTI I PARTECIPANTI AL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE CHE LE PREMIAZIONI AVVERRANNO SABATO 7 MAGGIO 2016 A PARTIRE DALLE ORE 15.30 PRESSO LA SALA KURSAAL DEL COMUNE DI GROTTAMMARE(AP)
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ISCRIVERSI ALLA PELASGO? NIENTE E' IMPOSSIBILE! PROVACI...
Campagna tesseramenti 2016: che aspetti?
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APRILE 2016

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ENTRO IL 18 APRILE SARANNO COMUNICATE LE GRADUATORIE DEL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE
Entro il 18 Aprile 2016 saranno comunicate le classifiche delle varie sezioni in cui è suddiviso il 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE. Entro il 23 Aprile gli Autori selezionati riceveranno comunicazione a mezzo mail, lettera o telefonata del risultato conseguito.












BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
26/07/2016
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti(Memorie storiche), il nome Ischia (sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968.
26/07/2016
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!

Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti(Memorie storiche), il nome Ischia (sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968.

Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, periodo in cui molti studiosi fanno risalire il loro arrivo nel Piceno.
Patrick Modiano, autore francese nato nel 1945, premio Nobel per la letteratura 2014.
24/07/2016
Patrick Modiano, autore francese nato nel 1945, premio Nobel per la letteratura 2014.
L’Accademia Svedese ha motivato il riconoscimento “per l’arte della memoria con cui ha evocato i destini umani più inafferrabili e svelato la vita e il mondo dell’Occupazione“. Modiano è uno dei narratori francesi più di successo, sia di pubblico che di acclamazione critica. Nonostante l’enorme seguito raggiunto in Francia e in molti altri Paesi, rimane tutt’ora un personaggio piuttosto schivo, lontano dai riflettori, e raramente concede interviste.
24/07/2016
Patrick Modiano, autore francese nato nel 1945, premio Nobel per la letteratura 2014.

L’Accademia Svedese ha motivato il riconoscimento “per l’arte della memoria con cui ha evocato i destini umani più inafferrabili e svelato la vita e il mondo dell’Occupazione“. Modiano è uno dei narratori francesi più di successo, sia di pubblico che di acclamazione critica. Nonostante l’enorme seguito raggiunto in Francia e in molti altri Paesi, rimane tutt’ora un personaggio piuttosto schivo, lontano dai riflettori, e raramente concede interviste.

L’avvio della carriera letteraria di Patrick Modiano è stato improvviso quanto fortunato: dopo un’infanzia e un’adolescenza piuttosto travagliate, segnate dall’assenza quasi costante dei genitori, da alcuni lutti e da sistemazioni mai del tutto stabili, viene notato, all’età di 15 anni, da Raymond Queneau, amico della madre, che ne intuisce le capacità e lo introduce nel milieu dell’editore Gallimard. Proprio con questa casa editrice nel 1967 pubblica il suo primo romanzo, La Place de l’Étoile. Da quel momento la sua produzione letteraria è stata notevole, sia nella mole che nella qualità: nel 1972, a soli 27 anni, vince il Grand prix du roman dell’Accademie Française con Les Boulevards de ceinture e nel 1978 il prestigiosissimo premio Goncourt per il suo romanzo Rue des boutiques obscures.Una carriera nata precocemente, ma presto consolidatasi nel tempo per durare a lungo, come ammette Patrick Modiano stesso: ”Non ho mai pensato di fare nient’altro nella vita, ma non avevo un diploma né altri obiettivi specifici. Ma è dura per un giovane scrittore iniziare così presto. In effetti preferisco non leggere i miei primi libri: non che non li ami, ma non mi ci riconosco più.“Il tema dell’identità è proprio uno degli argomenti principali dei suoi romanzi, che si intrecciano ad altre variazioni come la ricerca del sé e delle relazioni che definisco l’uomo, e poi la memoria, il tempo, la paternità: fondamentale a riguardo è il romanzo Un pedigree (pubblicato in Italia da Einaudi), che con toni quasi autobiografici racconta l’esperienza di un’infanzia sospesa fra assenza ed estraneità nella Parigi occupata dai nazisti. Proprio l’Occupazione e il senso della Storia nel definire i destini individuali è un’altra tematica ricorrente nei romanzi e nei racconti di Patrick Modiano. Sullo sfondo delle sue storie, poi, c’è sempre Parigi, quella più misteriosa e sconosciuta, quella più intima e appartata. Fra le sue opere significative, tutte condotte con uno stile terso, elegante e suggestivo, si possono segnalare Dora Bruder (edito da Guanda), su una quindicenne ebrea che scompare nelle periferie parigine nel 1941 per poi riapparire misteriosamente, e Nel caffé della gioventù perduta (Einaudi), anche qui con l’indagine su una giovane ragazza condotta attraverso diverse voci che ne ricostruiscono l’identità in altrettanti modi diversi. Accanto alla narrativa, Modiano si è occupato anche di sceneggiature e di racconti per l’infanzia; da alcune sue opere sono stati tratti anche dei film, come Il profumo di Yvonne di Patrice Leconte del 1993. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è L’orizzonte, nel 2012, anche questa una storia a ritroso in un passato misterioso nato da un amore brevissimo e da una fuga inspiegabile, alla ricerca di ricordi a cui aggrapparsi con forza per scacciare i fantasmi della vita.
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
22/07/2016
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo per ché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.
22/07/2016
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.

Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo per ché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.

Lo facciamo perché vorremmo lasciare un Paese migliore di quello che abbiamo trovato(impresa sempre più ardua), per i nostri compatrioti più giovani che vanno verso il futuro con un carico inimmaginabile di problematiche, per cercare di fondare una società migliore(illusi?), per sentirci a posto con la nostra coscienza(cos'è?). Ce la faremo? Noi intanto ci proviamo.
IDIOCENTRISMO E ALLOCENTRISMO CULTURALE L'ARTE DELLA COMUNICAZIONE CULTURALE
21/07/2016
IDIOCENTRISMO E ALLOCENTRISMO CULTURALE L'ARTE DELLA COMUNICAZIONE CULTURALE
La volontà di esaudire un desiderio stimola in noi l'Individualismo: fin da bambini ci viene insegnato – in maniere sconvenienti, più o meno velate – che l'affermazione di noi stessi deve concretizzarsi con il prevalere sugli altri.
21/07/2016
IDIOCENTRISMO E ALLOCENTRISMO CULTURALE L'ARTE DELLA COMUNICAZIONE CULTURALE

La volontà di esaudire un desiderio stimola in noi l'Individualismo: fin da bambini ci viene insegnato – in maniere sconvenienti, più o meno velate – che l'affermazione di noi stessi deve concretizzarsi con il prevalere sugli altri.

L' ”opera d'arte” per eccellenza dell'individualismo – declinata in termini sociologici – è l'affermazione della nostra personalità, e l'essere “unici” rappresenta la meta delle nostre aspettative.

L'individualismo parossistico è frutto – ahimè – della globalizzazione del Mercato moderno, che pone al primo posto i mostri ammaliatori del Capitalismo: il consumismo e il tornaconto.

Si sono così andati a dissolvere quei valori che resistevano tenacemente nelle piccole comunità, in seno alle quali la condivisione e la solidarietà erano il punto di forza per la serena convivenza degli individui che le popolavano.

Giovanni Verga – con l'episodio dell' “ostrica”, ne I Malavoglia – aveva illuminato la nostra mente ricordandoci il merito della solidarietà: finché resteremo attaccati allo “scoglio” che ci tiene uniti riusciremo a non essere divorati dai pesci voraci. 

Ho voluto partire da lontano per meglio individuare le carenze – e additarne le cause – del mondo culturale in cui noi (poeti e scrittori dilettanti allo sbaraglio) ci troviamo ad interagire.

Scusate se nel designare la nostra identità (Dilettanti), questa l'ho aggregata ad un termine  da confusionari (colorando di ridicolo l'etichetta affibbiataci da Shopenhauer), ma ritengo verosimile che la mia constatazione corrisponda allo stato attuale delle cose.

Ognuno di noi, rinchiuso nel proprio Io da competizione alla ricerca del successo personale ed appagante, è l'ostrica staccatasi dallo scoglio e in balia di falsi adulatori: Editori poco propensi alla tutela della vera Cultura e decisi solo a riempire il portafoglio, o Critici inclini ad incensare schiere di avanguardisti privi di talento ma pronti ad esaltarsi alla lettura di un commento che li glorifica come vati.

Ma chiariamo subito un punto: si vive di professionismo letterario?

Beh... nell'ambito degli autori di espressioni linguistiche non soggette alla versificazione (prosa narrativa, storiografica, didattico-scientifica, saggistico-critica, drammatica ecc.) c'è chi riesce a trarre sostentamento dalla pubblicazione delle proprie opere.

Permettetemi però di avanzare un paragone per circoscrivere la platea di quei fortunati con la penna: gli scrittori affermati (e che vivono coi soli profitti derivanti dalla vendita di romanzi, saggi o quant'altro) sono da annoverare alla stregua dei grandi campioni di uno sport di nicchia che hanno declinato in professione la loro attività ludica.

Il componimento partorito “su ordinativo” o “per emergere” spesso difetta di genuinità o di pura ispirazione. L'opera d'arte letteraria non si improvvisa senza il guizzo dell'estro creativo (che non si comanda a bacchetta) né si commissiona progettandone e delineandone i contenuti: diventerebbe una sorta di “mercanzia” e lamenterebbe l'assenza, nel proprio corpus, di ciò che la rende unica: l'intimismo dell'autore.

E il professionismo tra i poeti ?

Non conosco poeta che abbia tratto dalla propria “produzione” profitti tali da poter campare di rendita.

Carmina non dant panem, assioma attribuibile ad Orazio, pare che nessuno sia riuscito, in ogni tempo, a smentirlo.

Quindi ai poeti o scrittori senza pretese (ma carichi di nobili propositi e di motti d'animo da esternare) viene offerta un'occasione più che convincente per entusiasmarsi all'idea di essere identificati come “dilettanti della Letteratura”!

Mi accodo con convinzione a chi si auspica che l'Amore covato in petto per versi amorosi o brani avvincenti  sia “un fine” per raggiungere l'appagamento interiore e non “un mezzo” (comunque inefficace) per lucrare!

E per mirare a un fine che nei propri principi contempli il valore universale del “pensiero umano” è indispensabile unire le forze di “umani pensieri”.

Nessun uomo è un'isola; ognuno di noi, in quanto uomo, partecipa a formare il Continente Umanità.

E noi poeti e scrittori abbiamo una missione da compiere: adunare le multiformi voci che albergano dentro i nostri intelletti dando corpo al  Coro dell'Umanità”, toccasana a buon mercato in grado di soffocare il “canto stonato” del mercimonio culturale e dello smarrimento esistenziale che affliggono la Società. 

Occorre individuare via d'uscita dalla Cultura elitaria fondata su sterili personalismi, viziata dalla spocchiosa convinzione di riuscire a primeggiare e non lasciare spazio agli altri.

La chimera di essere “il migliore” o “un autore che approderà a sicuro successo” è un'ipocrisia confezionata ad arte da chi vuol trarre profitto dalle nostre fatiche facendoci credere che anche un modesto cammeo riesce ad assumere le fattezze di un prezioso gioiello.

Non intendo giungere alla conclusione di desistere dal pubblicare i nostri “pensieri”, ma facciamolo con raziocinio, con modestia e senza illuderci di dare alle stampe un futuro best seller.

Occorre essere persuasi che si cresce intellettualmente – in tutte le discipline artistiche – se ci si misura con i propri simili.

Molti giganti della Letteratura sono diventati tali sedendosi accanto ad altre menti ispiratrici.

Le intelligenze che si confrontano arricchiscono la comunità, la cui identità è rappresentata, valorizzata e resa vivace dalle suggestioni e dalle fantasie degli artisti che  esaltano il folclore, le tradizioni e i costumi delle loro contrade.

Un artista isolato rischia di sconfinare nel cinismo, nell'aridità dei sentimenti, nella dissoluzione dei valori collettivi.

Le anime adunate in un Circolo culturale sono la quintessenza dell' “unione che fa la forza”, sono scintille che provocano un incendio.

E una grande fiamma tempera le genialità, riuscendo anche ad illuminare le oscurità delle coscienze.

 

 

Roberto Mestrone

 

 

LINGUA, LINGUAGGI E POETI
20/07/2016
LINGUA, LINGUAGGI E POETI
Circa due anni or sono, l'amico scrittore e poeta Franco Campegiani partecipando con me - su un noto blog letterario – ad una discussione sul linguaggio poetico, asseriva che “ Il fruitore - così come il critico, che è solo un fruitore più esperto e smaliziato - dovrebbe avvicinarsi all'opera con altrettanta potenza spirituale, leggendola tra le righe e risalendo dal prodotto(testo, quadro, scultura o altro) alle fonti archetipe da cui è generata “.
20/07/2016
LINGUA, LINGUAGGI E POETI

Circa due anni or sono, l'amico scrittore e poeta Franco Campegiani partecipando con me - su un noto blog letterario – ad una discussione sul linguaggio poetico, asseriva che “ Il fruitore - così come il critico, che è solo un fruitore più esperto e smaliziato - dovrebbe avvicinarsi all'opera con altrettanta potenza spirituale, leggendola tra le righe e risalendo dal prodotto(testo, quadro, scultura o altro) alle fonti archetipe da cui è generata “.

 

Anche Benedetto Croce nella sua Estetica testimonia che “l’attività giudicatrice, che critica e riconosce il Bello, s’identifica con quella che lo produce. La differenza consiste soltanto nella diversità delle circostanze, perché una volta si tratta di produzione e l’altra di riproduzione estetica.

L’attività che giudica si dice gusto; l’attività produttrice, genio: genio e gusto sono, dunque, sostanzialmente identici”.

Orbene, appurato che queste affermazioni sottendono valenze sulla cui positività tutti si troverebbero in accordo, desidero qui condurre il discorso verso un sentiero tracciato da poeti (molti) e scrittori (meno numerosi) di fresca generazione, epigoni delle avanguardie letterarie del secolo scorso.

Quanti di loro adottano un linguaggio “comprensibile” a tutti?

E come riesce il Critico a districare bandoli di matasse che frequentemente il più attento ed illuminato lettore non riesce a sbrogliare, perdendosi nella caducità di prose criptiche o versi ampollosi e densi di neologismi, disposti in costrutti palesemente arzigogolati?

Ivi, oltre che non albergare la coscienza del Bello, neppure v'è traccia

dell'Arte del Comunicare.

L'istinto naturale del linguaggio dà ad ognuno di noi la possibilità di trasmettere conoscenze, informazioni ed emozioni ai propri simili.

Non esisterebbe una società umana cosciente e ben organizzata senza equilibrate capacità espressive.

Lingue e dialetti appartengono a gruppi di uomini e popoli che, attraverso secolari vicende, si sono costituiti a formare paesi, città e nazioni che condividono valori, ideali e tradizioni comuni.

Il linguaggio umano presenta due aspetti tra loro complementari: quello individuale e quello sociale.

Restando nelle nostre contrade, e a mo' di esempio, Dante o Manzoni negli attimi espressivi in cui tratteggiano se stessi rappresentano un atto individuale di fronte alla lingua parlata dell'Itala gente.

Nell'ottica individuale un'espressione acquista maggior valore quanto più è personale e inconfondibile.

Sotto l'aspetto sociale, d'altra parte, l'espressione dovrebbe conformarsi in tutti gli individui della comunità, affinché tra loro possa crearsi un canale comunicativo chiaro e completo.

Il poeta che tenta di affascinare il lettore circuendolo con neologismi estetizzanti, edonistici o contemplativi – dall'impronta spesso goffa – riesce soltanto a mortificarne l'intelletto, ma non a conquistarne il cuore.

Il clone di un “m e r i g g i a r e pallido e assorto” andrebbe a spiaccicarsi tra le facce untuose di un “t r a m e z z i n o” di dannunziana fattura mentre l'accorto Montale, ligio alle forme e allo stile di una lingua nitida, oggi manipolata con estrema leggerezza, sorriderebbe leggendo strofe strapazzate da inconsulti, roboanti vocaboli.

E il Critico?

Deve stare accorto a non incensare opere che si fregiano di “nuovo” indossando parole o locuzioni eccentriche, mirabolanti, ma che sono incomprensibili ai più.

L'intimismo individuale – declinato in autentici versi o in brani virtuosi – non ha bisogno di addobbi: deve presentarsi sul palco della Letteratura con la genuinità e la purezza che odora di “umano” poiché è limpido fiotto delle scaturigini universali.

E dice bene Campegiani quando afferma che il Critico “... debba possedere qualità di poeta, o comunque di uomo non solo interessato, ma direttamente coinvolto nei fenomeni e nei processi creativi.

Ma spesso – e ciò lo rileviamo nel contesto di ogni forma d'Arte – un processo creativo condotto in porto con maliziosi artifici lo si spaccia per brillante intuizione. E il messaggio che si trasmette diventa ingannevole, artefatto, adombrato da stratagemmi che nulla hanno a che fare con le candide pulsioni dell'anima.

Come poeti ci resta allora solo da fare la “Poesia onesta”, se non vogliamo incorrere nella tirata d'orecchi nietzschiana: “… il poeta, presuntuoso, patetico, importuno, come sono soliti esserlo i poeti, questa persona che sembra satura di possibilità e di grandezza, anche di grandezza etica, e che tuttavia, nella filosofia dell’azione e della vita, raramente giunge alla comune onestà... “.

 

 

Roberto Mestrone

Au revoir, A.
19/07/2016
Au revoir, A.
Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.
19/07/2016
Au revoir, A.

Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.

E tu lo convincesti che una vita di depravazione è per un poeta il miglior incentivo. Scappaste a Londra e trovaste l’uno nell’altro la completezza perfetta, il risarcimento di quello che avevate sofferto, fino a quando i litigi presero il sopravvento sulle riappacificazioni e tutto si concluse col colpo di pistola a Bruxelles. Alla sua uscita di prigione, un fugace incontro per non vederlo mai più e rinunciare per sempre alla poesia. Tu, che ci donasti capolavori della Letteratura mondiale, che con la tua poesia ci invitavi a ricongiungerci al nocciolo più puro dell’essere, a cercare una magari momentanea illuminazione. Tu, che esploravi percorsi spaventosi cercando di arrivare alla percezione dell’Assoluto, saresti scomparso nell’Africa più nera, commerciante e trafficante d’armi frodato da Menelik senza sapere che a Parigi i giovani ti chiamavano Maestro. Poi quel tremendo male alla gamba, tu, l’uomo dalle suole di vento, che avevi girato a piedi tutta l’Europa. Settimane di viaggio su una lettiga di fortuna con indicibili dolori per arrivare ad Aden e imbarcarsi per Marsiglia dove la gamba te la taglieranno. Ancora sofferenze che smetteranno solo quando spirerai e potrai ritornare a casa per essere sepolto qui dove sono passato a salutarti. Non c’è anima viva nei pressi e dubito che nemmeno tu sia contento di quest’ultima dimora nella landa piovosa che t’ha visto nascere dal momento che non hai fatto altro che fuggirne. Amavi il sole e avresti voluto una tomba ad Aden, di fronte al mare, ma non avrai il rumore delle onde a farti compagnia. Solo pioggia, umidità e freddo. Io sono fortunato, giornate così non ce ne sono molte nelle Ardenne, e questo pomeriggio il sole c’è e le rondini garriscono nel cielo azzurro. Ti sia lieve la terra, Arthur Rimbaud. Esco dal cimitero deserto lasciandoti lì, solo, in questo silenzio.

 

 

 

Willy Piccini

50 SFUMATURE D’AMORE. LA VIOLENZA SULLE DONNE...
18/07/2016
50 SFUMATURE D’AMORE. LA VIOLENZA SULLE DONNE...
“D’amore non si muore” cantava Giovanni Colone alias “Massimo Ranieri nella sua “Rose Rosse per te”. Quarantasei anni dopo l’uscita del brano che ha conquistato il cuore degli italiani, la musica sembra non essere più la stessa.
18/07/2016
50 SFUMATURE D’AMORE. LA VIOLENZA SULLE DONNE...

“D’amore non si muore” cantava Giovanni Colone alias “Massimo Ranieri nella sua “Rose Rosse per te”. Quarantasei anni dopo l’uscita del brano che ha conquistato il cuore degli italiani, la musica sembra non essere più la stessa.

Nel mio lavoro di cronista, capita quotidianamente di raccontare storie di vita ai margini della realtà; molte di esse hanno come comune denominatore la violenza.  Dallo stalking al femminicidio: basta aprire il giornale, di mattina, per scoprire che ancora una giovane è stata violentata; una moglie, picchiata; una ex compagna, ammazzata.

In Italia, ogni tre giorni una donna viene uccisa in nome di un amore finito o mai corrisposto. Al di fuori dei confini nazionali, la casistica ha cifre ben più spaventose. Alcuni studi condotti dall’organizzazione internazionale WomanStats  hanno rivelato  che nel mondo è ancora in atto un’ostinata guerra contro la donna. Africa orientale, Asia centrale e sud-est Asiatico sono le regioni a più alta criticità. Lo testimonia la storia di Gulnaz, la giovane afghana che, dopo 12 anni trascorsi in carcere a scontare la pena cui sono costrette le vittime di stupro, ha deciso di sposare l’uomo che l’ha violentata. Il motivo? Recuperare l’onore perduto. Gulnaz, rimasta incinta del suo aguzzino, venne infatti ripudiata da famiglia e amici. Per fortuna, non mancano  storie a lieto fine. E sono proprio quelle a cui voglio dare voce, attraverso il racconto di chi le ha vissute sulla propria pelle. Bellissima e raggiante, sebbene l’acido le abbia deturpato il volto, Lucia Annibali è l’esempio da cui tutti dovremmo trarre insegnamento. Una vita felice quella dell’ avvocatessa 35enne fino a quel maledetto 6 aprile 2013. “Possono togliermi il mio viso, ma non la voglia di ricominciare” aveva detto Lucia lo scorso 8 marzo, mentre - in occasione della festa della donna – l’ex Presidente Napolitano le conferiva la carica di Cavaliere al merito della Repubblica. Un riconoscimento alla forza e al coraggio delle donne che da Roma approda nel comune di  Grottammare grazie all’Associazione culturale Pelasgo 968 che per il 6° anno consecutivo presenta il Concorso letterario in cui saranno premiate le migliori poesie e prose dedicate al sociale. Tra queste, anche “L’Ultima parola” di Daniele Donati. Il racconto breve si è aggiudicato il Premio Narrativa Cub Unesco San Benedetto del Tronto. Obiettivo, cambiare un poco alla volta la realtà che ci circonda. E farlo attraverso la scrittura, la musica, l’arte e la cultura. Perché non sia la violenza ad avere “l’ultima parola”. 

 

Jessica Balestra

CHIESE SCONSACRATE.
17/07/2016
CHIESE SCONSACRATE.
Sono stata invitata, a Roma, al matrimonio di una mia ex paziente, una ragazza ebrea, e di un giovane di nobile famiglia cattolica. Appartenendo a due religioni diverse, si sposavano in Campidoglio con il solo rito civile. In realtà fummo indirizzati verso la Passeggiata Archeologica, nella chiesa sconsacrata dei santi Nereo e Achilleo. Esistevano ancora all'interno i segni di identificazione cattolica: un ciclo di storie di santi meravigliosamente affrescato dal Pomarancio in un tripudio di colori. Ho avvertito subito un forte senso di straniamento: il vociare, l'abbigliamento osé di certe ragazze, i disinvolti spostamenti degli invitati, le espressioni non moderate di rallegramenti e di gioia...
17/07/2016
CHIESE SCONSACRATE.

Sono stata invitata, a Roma, al matrimonio di una mia ex paziente, una ragazza ebrea, e di un giovane di nobile famiglia cattolica. Appartenendo a due religioni diverse, si sposavano in Campidoglio con il solo rito civile. In realtà fummo indirizzati verso la Passeggiata Archeologica, nella chiesa sconsacrata dei santi Nereo e Achilleo. Esistevano ancora all'interno i segni di identificazione cattolica: un ciclo di storie di santi meravigliosamente affrescato dal Pomarancio in un tripudio di colori. Ho avvertito subito un forte senso di straniamento: il vociare, l'abbigliamento osé di certe ragazze, i disinvolti spostamenti degli invitati, le espressioni non moderate di rallegramenti e di gioia...

Era come se anche noi, lì
presenti, contribuissimo a sconsacrarlo, se non addirittura a
dissacrarlo, quel luogo un tempo sacro!
Forse per superare inconsciamente il mio disagio, mi sono trovata a
fantasticare sullo stato d'animo degli sposi. Lui, che sin da bambino
avrà sognato un matrimonio in Chiesa, ora lo vedeva in qualche modo
realizzato, placando in sé un vago senso di colpa per aver sconfessato
il credo familiare. Lei, da parte sua, sarà stata scossa da un fremito
di piacere per aver varcato un luogo a lei proibito, per aver
effettuato una trasgressione ed un tradimento alla sua comunità
ebraica per essersi "assimilata". Ma quelle furono probabilmente
niente altro che libere associazioni da parte di una psicoanalista in
stato di disagio...
Di positivo in quella esperienza, oltre alla soddisfazione nel
constatare il benessere ormai consolidato della mia ex paziente, c'è
stata l'induzione a chiedermi  il motivo per cui tante Chiese vengono
sconsacrate e gli effetti che ne sono derivati. Tale operazione di
annullamento non deve aver lasciato indifferenti i veri fedeli, anzi
avrà suscitato in essi reazioni emotive non lievi, perché lì hanno
pregato, gioito, pianto, in tante cerimonie  del calendario
ecclesiastico, ma anche in quelle private, sia tristi che liete.
Quelle mura rinserrano la memoria familiare e quella civica e
sociale.
Ho letto che Andrea Di Martino, riunendo foto di 70 Chiese italiane
sconsacrate in un volume, lo ha intitolato, sull'esempio del film di
Nanni Moretti:" La Messa è finita". Certo, perché pur restando in quei
luoghi stucchi e affreschi, non c'è più spazio  per la preghiera, il
raccoglimento, la meditazione: le innovazioni architettoniche e
tecnologiche all'interno hanno determinato anche un cambiamento,
talvolta radicale, d'uso.
Penso allora che la sconsacrazione di alcune chiese sia dovuta a
diversi fattori:
la diversificazione delle religioni nel nostro territorio, la
diminuzione del clero, le forti variazioni della logistica dei riti.
L'esempio più calzante di questo ultimo fattore è derivata dalla
dislocazione delle cerimonie addirittura in Vaticano.
Con questi ultimi tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI,
Francesco, esse si svolgono spesso all'esterno di S. Pietro, sulla
piazza. Man mano, dal sagrato delle chiese, si è passati a spazi
diversi, a cortili, terrazze, boschi, addirittura a stadi.
Questo dislocarsi dei siti delle funzioni religiose rappresenta anche
la concretizzazione del monito di Papa Francesco sulla necessità che
la Chiesa si apra alla società, al mondo? Perché durante le cerimonie
all'aperto possono accostarsi occasionalmente ai riti anche i non
credenti, i miscredenti, gli indifferenti, i delusi, che potrebbero
trovare risposte insperate alle loro inquietudini, ma anche un aiuto,

sia psicologico che materiale.

in questa prospettiva, allora, le strade, le case, gli asili, le
scuole, le carceri, possono diventare altrettanti luoghi "sacri" per
esprimere solidarietà umana e comunanza cristiana.

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    Graziella Carassi

MASSIMO LUGLI: IL THRILLER ITALICO A TINTE FORTI.
17/07/2016
MASSIMO LUGLI: IL THRILLER ITALICO A TINTE FORTI.
Nome ormai consolidato nel panorama narrativo italiano per quanto riguarda il thriller, Massimo Lugli riversa nei suoi lavori quanto assorbito sul terreno come giornalista di nera. Protagonista dei suoi romanzi un giornalista: Marco Corvino, appunto di cronaca nera, che deve vedersela con serial killer e psicopatici che si muovono in una Roma quanto mai oscura.
17/07/2016
MASSIMO LUGLI: IL THRILLER ITALICO A TINTE FORTI.

Nome ormai consolidato nel panorama narrativo italiano per quanto riguarda il thriller, Massimo Lugli riversa nei suoi lavori quanto assorbito sul terreno come giornalista di nera. Protagonista dei suoi romanzi un giornalista: Marco Corvino, appunto di cronaca nera, che deve vedersela con serial killer e psicopatici che si muovono in una Roma quanto mai oscura.

Le storie sono a tinte forti e Lugli non risparmia al lettore crudezze e crudeltà somministrate con un linguaggio esplicito che lascia ben poco all'immaginazione. Che dire di più? Il thriller è ben strutturato, il protagonista simpatico, le figure che si muovono di contorno credibili e ben tratteggiate. La storia ti prende e ti porta fino alla fine in un crescendo di efferatezze e colpi di scena a volte spiazzanti, a volte un po' meno, ma il lavoro non è da buttar via e con un certo compiacimento scopriamo che anche il noir italico abbraccia stili e tematiche in maniera meno provinciale e con quella durezza che ormai caratterizza il quotidiano anche dell'ex Bel Paese. Consigliato.
RIPRESI DALLO SCAFFALE: TRE UOMINI IN BARCA DI JEROME KLAPKA JEROME
16/07/2016
RIPRESI DALLO SCAFFALE: TRE UOMINI IN BARCA DI JEROME KLAPKA JEROME
Classico dell'umorismo mondiale, fu pubblicato dal grande scrittore inglese nel 1889 e vendette già nei primi anni oltre un milione di copie. Che c'è di tanto interessante in questo libro che a oltre un secolo dalla sua uscita continua a essere ristampato quasi ogni anno?
16/07/2016
RIPRESI DALLO SCAFFALE: TRE UOMINI IN BARCA DI JEROME KLAPKA JEROME

Classico dell'umorismo mondiale, fu pubblicato dal grande scrittore inglese nel 1889 e vendette già nei primi anni oltre un milione di copie. Che c'è di tanto interessante in questo libro che a oltre un secolo dalla sua uscita continua a essere ristampato quasi ogni anno?

Difficile rispondere sui due piedi, anche per chi, come noi,  lo considera un vero oggetto di culto e  lo riprende in mano a distanza di pochi mesi.
Si potrebbe provare però sostenendo l'assoluta comicità del manoscritto che nasce dalle situazioni più “normali” della vita, dalla levità della scrittura, dalla caratterizzazione dei tre amici, per tacer del cane, e dagli innumerevoli particolari esilaranti in cui si tratteggia la narrazione.
Per gli amanti del genere, e noi siamo fra questi, Tre uomini in barca, è un assoluto capolavoro senza tempo che ancor oggi riesce a sorprenderci pur avendolo letto e riletto.
Ed è un esempio di humor in alcun modo farsesco o sboccato ma, per dirlo in due parole, assolutamente perfetto.
La storia è quella di un viaggio sul Tamigi da parte di tre amici e del loro cane con relative soste nelle amene località lungo il percorso.
Un “on the road” di fine ottocento in cui se ne vedranno di tutti i colori e in cui la scoppiettante prosa di Jerome K. Jerome la fa da  padrone traghettandoci velocemente attraverso le pagine del romanzo.
La partenza della crociera, zio Podger ed il quadro, la canzone comica tedesca, sono solo alcuni dei brani memorabili del libro che vale assolutamente la pena di andare a leggere o rileggere.

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