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LUGLIO 2017

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RICEVIAMO DA ALCUNI AMICI
Durante un bellissimo viaggio di amicizia, abbiamo scattato questa foto, eravamo ad Atanga, distretto di Gulu, Nord Uganda... visitavamo una scuola materna. I bambini erano felicissimi dei regali che avevamo portato loro... tra cui la T-shirt di Pelasgo.
17
LUGLIO 2017

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ISCRIVERSI ALLA PELASGO? NIENTE E' IMPOSSIBILE! PROVATECI...
Campagna tesseramenti 2017: che aspetti?
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APRILE 2016

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ENTRO IL 18 APRILE SARANNO COMUNICATE LE GRADUATORIE DEL 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE
Entro il 18 Aprile 2016 saranno comunicate le classifiche delle varie sezioni in cui è suddiviso il 7° CONCORSO CITTA' DI GROTTAMMARE. Entro il 23 Aprile gli Autori selezionati riceveranno comunicazione a mezzo mail, lettera o telefonata del risultato conseguito.











BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
24/09/2017
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!
Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti (Memorie storiche), il nome Ischia(sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968. Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, periodo in cui molti studiosi fanno risalire il loro arrivo nel Piceno
24/09/2017
BUONA GIORNATA DALLA PELASGO 968 DI GROTTAMMARE!

Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza(Il Piceno) e del Mascaretti (Memorie storiche), il nome Ischia(sulla destra del Tesino vi era un castello con tale nome) compare nei Registri Episcopali Firmani a partire dal 968. Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, periodo in cui molti studiosi fanno risalire il loro arrivo nel Piceno

PELASGO 968                               

 

Secondo ricerche storiche di cui si ha traccia negli scritti dello Speranza

(Il Piceno) e del Mascaretti

(Memorie storiche), il nome Ischia

 (sulla destra del Tesino vi era un 

castello con tale nome) 

compare nei Registri Episcopali

Firmani a partire dal 968.

Lo stesso storico Speranza, nota come il nome Ischia è sicuramente derivante dai Pelasgi, 

antica popolazione proveniente dall’Asia minore che invase le diverse regioni europee fino al IX secolo avanti Cristo, 

periodo in cui molti studiosi fanno

 risalire il loro arrivo nel Piceno

 

 

La A.S.C.R. PELASGO 968

 

 Si è costituita nel dicembre del 2008 per iniziativa di sei soci fondatori provenienti da un percorso di diversi anni nei vari settori del volontariato e dell’animazione sportiva, ricreativa e culturale.

Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana
19/09/2017
Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana
L’altro giorno, trovandomi al bar del mio paese a sorseggiare il mio caffè quotidiano, ho assistito ad una scena per certi versi curiosa. Un ragazzo e lo zio di mia conoscenza, seduti ad un tavolo del locale, stavano intrattenendo una discussione. L’adulto, emigrato negli Stati Uniti parecchi anni fa, comunicando con il nipote usava spesso termini che lasciavano perplesso il giovane. Questi non ne comprendeva chiaramente il significato, per cui il dialogo si interrompeva frequentemente. Ad esempio ricordo che lo zio, avendo avuto la necessità di soffiarsi il naso, esclamò: “
19/09/2017
Evoluzioni e salvaguardia della lingua siciliana

L’altro giorno, trovandomi al bar del mio paese a sorseggiare il mio caffè quotidiano, ho assistito ad una scena per certi versi curiosa. Un ragazzo e lo zio di mia conoscenza, seduti ad un tavolo del locale, stavano intrattenendo una discussione. L’adulto, emigrato negli Stati Uniti parecchi anni fa, comunicando con il nipote usava spesso termini che lasciavano perplesso il giovane. Questi non ne comprendeva chiaramente il significato, per cui il dialogo si interrompeva frequentemente. Ad esempio ricordo che lo zio, avendo avuto la necessità di soffiarsi il naso, esclamò: “

Dunn’è l’ammuccaturi?”.  Lasciando basito il nipote il quale comprese il significato del termine solo dopo avergli visto uscire dalla tasca un fazzoletto. La cosa che più mi ha colpito in questa situazione è il fatto che - nonostante i due parlassero in dialetto siciliano - fossero evidenti delle difficoltà di comunicazione. Erano a confronto due generazioni e due diverse esplicazioni dello stesso dialetto.

Ma a cosa può essere dovuto un fatto del genere? Secondo me ha influito in maniera determinante il naturale adattamento di alcuni termini di uso comune, ai vari contesti socio-culturali nel susseguirsi degli anni. La diffusione dei mass-media (e della televisione in particolare) ha enormemente favorito questo processo di scarnificazione del dialetto arcaico. Insomma il dialetto si è evoluto.

Tutte le lingue sono soggette a questo processo evolutivo, senza il quale - secondo me - andrebbero a morire. È importantissimo che una lingua come quella siciliana che da più di 2500 anni ha resistito a svariate dominazioni (acquisendo da ognuna quei termini che i suoi parlanti hanno ritenuto opportuno adottare, magari “sicilianizzandoli” ma che è rimasta intatta nella sua struttura) si adatti a quelli che sono i tempi moderni. Oggi, a maggior ragione, vista la considerazione sbagliata che hanno avuto e che purtroppo continuano ad avere anche molti siciliani stessi della loro lingua - considerandola spesso sinonimo di ignoranza e cercando di allontanarla il più possibile dai loro dialoghi - è necessario fare in modo di utilizzare una forma di scrittura più comprensibile ai giovani, che li avvicini il più possibile alla lettura, che faccia sì che la sentano più vicina a quello che è il loro modo di esprimersi. Senza cadere però in inutili italianismi, ma utilizzando invece quei termini che - per consuetudine - sono entrati a far parte della lingua siciliana, soppiantando gli stessi sinonimi più arcaici. Ciò non significa che questi stessi termini - anche se desueti - non debbano essere tutelati. Anzi si dovrebbe fare in modo di far leggere ai giovani testi di letteratura del passato affinché - confrontandoli con quelli moderni - possano comprendere lo spirito di questa terra, la cultura del loro stesso popolo che deve andar fiero delle sue tradizioni, cercando di salvaguardarle e tutelarle, così com’è sempre

accaduto sin dalla notte dei tempi.

 

Giuseppe Gerbino

 

 

SCRIVERE UN RACCONTO di Willy Piccini
10/09/2017
SCRIVERE UN RACCONTO di Willy Piccini
Ma sì, scriverò un racconto. Si dice che per chi legge molto, pensare di scrivere diventa una conseguenza inevitabile. Sono un lettore forte, e allora lo scrivo questo racconto! Sì, ma piacerà? Beh, non importa, tanto poi lo schiaffo in un cassetto
10/09/2017
SCRIVERE UN RACCONTO di Willy Piccini

Ma sì, scriverò un racconto. Si dice che per chi legge molto, pensare di scrivere diventa una conseguenza inevitabile. Sono un lettore forte, e allora lo scrivo questo racconto! Sì, ma piacerà? Beh, non importa, tanto poi lo schiaffo in un cassetto

Eh no, scrivere dev’essere una forma di comunicazione, il tuo pensiero nasce, cresce, s’innalza, e lo fissi sulla carta. Chi scrive sa vedere, desiderare e descrivere un mondo diverso, e sa racchiuderlo nelle proprie frasi con la combinazione delle lettere che l’alfabeto gli mette a disposizione. Ma se non ci si rivolge almeno a qualcuno, cosa scriviamo a fare? Non può essere una forma di solitudine, dev’essere un parlare a qualcuno che poi ti leggerà. Un trasformare un’emozione in qualcosa di bello e piacevole per noi e per i nostri lettori, siano essi uno o centomila, escludendo il pirandelliano “nessuno”. Anche il Manzoni afferma di rivolgersi a dei lettori. 25, per la precisione. Eh già, 25. Non ce la dà a bere, confidava di averne milioni, l’ipocrita! E gli è andata bene. Sì, ma nel mio caso? Come verrò giudicato? C’è chi parte dal presupposto che non va cercata la totale approvazione sociale. Tanto, qualunque cosa tu faccia, metà della gente che conosci la disapproverà comunque. Beh, cerchiamo di non essere così drastici, anche se può essere difficile coinvolgere nella stessa misura l’analfabeta di ritorno e il critico letterario. Insomma, lo scrivo o no questo racconto? Ci sono sempre due forze che tirano in direzioni opposte, a determinare il corso della nostra esistenza. La vita è il prodotto di una serie di accadimenti e delle decisioni che si prendono... Quindi? Ma dai, basta con queste elucubrazioni, inizio il racconto! Anche se dicono che i peggiori briganti sono attratti dalla politica, i più sconvolti sono portati per l’arte, i malati di mente passano il tempo a scrivere. Sarà vero? In ogni caso tutti abbiamo una nostra forma privata di pazzia. Se è d’intralcio a troppa gente ti qualificano matto. O disadattato, come da giovane mi è già capitato, quando chiamavo troppe cose ingiustizia rifiutandomi di capire che è la vita a essere normalmente ingiusta. E a poco serviva replicare che disadattato è una definizione semplicistica dietro cui si nasconde l’eterno, insanabile conflitto fra l’originalità di una visione del mondo individualistica e sognante e una realtà dominata dai puri rapporti di forza e dalle leggi economiche. Acqua passata. Per fortuna o purtroppo? Bah, matto o disadattato, di certo scrivere è un affare per visionari. Lo siamo tutti, eh, perché non si può vivere senza immaginare di continuo, senza storie che facciamo nostre. Scrivere è uno dei pochi modi per vivere più di una vita in universi paralleli che vai a scoprire da qualche parte. Qualcosa di simile ai sogni, che hanno la stessa imprevedibilità, e mettono in gioco cose alle volte incomprensibili, quelli che si raccontano alle persone care, agli amici, magari allo psicoanalista. Con la scrittura lo si fa al foglio bianco. Ma mica è facile, bisogna lavorare con fatica per arrivare a quella specie di piacere totale, fisico e mentale che la scrittura sa dare, lo sperdimento che dà un senso speciale alla vita, che dà a ogni parola il valore di un marmo pregiato con cui si costruisce una cattedrale. Poi magari si tratta di una stamberga, ma il sentimento di grazia rimane lo stesso. La stesura sarà una sofferenza e la strada che porterà, forse, al mare sarà tortuosa e accidentata nella speranza che alla fine di quel calvario possa splendere la luce. Metaforicamente, rovescerò cassetti, aprirò armadi, svuoterò cantine dove trovare un po’ di tutto. Cose che nemmeno immaginavo di avere mi forniranno buone idee per scrivere. Nutrirò il bambino entusiasta che è in me, libererò la sua curiosità, accenderò la mia sana follia e continuerò a sognare. Sono pronto, ho in testa un buon incipit e, partendo bene, le parole scorreranno come dettate da una musa ispiratrice. La storia si scriverà da sé…

Era una notte buia e tempestosa…

 

 

Willy Piccini

INCONTRO CON FRANCO LOI di Elena Malta
07/09/2017
INCONTRO CON FRANCO LOI di Elena Malta
Di un Autore contemporaneo si possono leggere profili critici, recensioni, interpretazioni, in saggi, articoli di terze pagine di giornali e su riviste letterarie, reperibili anche frequentemente sui mezzi telematici, ma non c’è altra esperienza più esaltante che leggere direttamente un Autore nella sua figura,
07/09/2017
INCONTRO CON FRANCO LOI di Elena Malta

Di un Autore contemporaneo si possono leggere profili critici, recensioni, interpretazioni, in saggi, articoli di terze pagine di giornali e su riviste letterarie, reperibili anche frequentemente sui mezzi telematici, ma non c’è altra esperienza più esaltante che leggere direttamente un Autore nella sua figura,

nei suoi occhi, nelle parole, nella  mimica e gestualità ricorrenti, mentre si coinvolge in un incontro nella informalità familiare del salottino della propria casa, con un gruppo di sette sconosciuti estimatori: sei adulti e la nostra mascotte, Slava di soli 13 anni, partiti, come studentelli, con il treno del mattino da qualche posto del Centro Italia (Marche e Abruzzo) per trovarsi, dopo ore di viaggio e un breve giro di assaggio in Duomo e in Galleria, in una insolita luminosa e solare Milano, con il Poeta Franco Loi che ci onora di una intervista e per questo ci accoglie in casa.

Franco Loi è il Presidente Onorario del nostro Premio Letterario Città di Grottammare 2017, giunto alla sua 8° edizione, con l’impegno tenace, da parte di tutte le componenti Organizzative e di  Patrocinio, a curare la Cultura nelle sue variegature espressive e a coglierne le valenze profonde nelle dinamiche in divenire del nostro tempo presente.

Figura alta, asciutta, viso subito amico, solcato da qualche ricamo che il tempo disegna e l’espressione a dir  poco curiosa per la nostra presenza, un fresco colletto di camicia, affacciato dal pullover blu, una aureola di luce bianca nei capelli, a dare risalto agli occhi intenti su di noi a mandarci con le parole i suoi pensieri, snelli, precisi e mirati in risposta alla collana delle voci dei suoi 7 ospiti, in una giornata di metà marzo, di insolito deciso sole chiaro a Milano, il palcoscenico ricorrente di tanta  poesia, espressione dell’amore di Franco Loi per Milan. “Passa ‘na rùnden,tèh, chì per Milan ...,/ me passa anca n’àngiul per cantà.../e, tèh, vègn ‘na farfala nel silensi/ de ‘sta Milan d’agust tutt de sciscià. ( Passa una rondine, toh,qui per Milano .../passa di qui anche un angelo per cantare .../e, toh, viene una farfalla nel silenzio/ di questa Milano d’agosto, tutta da gustare.), da “Voci d’un vecchio cantare” 2017, pg.70

La parete alle sue spalle è tutta attrezzata a libreria a vista, con volumi che hanno saputo accompagnare fasi e passi di una storia che si chiama vita.

Ci arriva una parola dal tono familiare, mai altisonante, divertente e divertita nel gusto di trovarsi al centro di un interesse che muove da lontano.

Con una felicissima vena Franco ci racconta di sè studente, costretto ad avviarsi  in studi da ragioniere perchè era l’unica tipologia di scuola superiore disponibile nel suo ambiente, ma di quanto si sentisse intimamente orientato verso gli studi letterari, attratto dai classici greci, dai grandi poemi epici. Non trascura di rivelarci la sua demotivazione alla frequenza del suo corso di studi per niente in sincrono con le proprie intime inclinazioni e di aver pagato con una bocciatura le sue tante assenze e una conflittualità con un insegnante.

Franco Loi ci si propone in tutta la sua vera, originale, semplice e vissuta parabola esperienziale, con freschezza di emozioni che sanno creare empatica risposta emotiva e fanno ritrovare tratti che accomunano, nessun piedistallo viene ostentato, nè ce n’è necessità alcuna per i suoi 30 e 1 pubblicazioni di opere che stanno per sè e brillano di autentica luce propria, a cominciare dalla Raccolta “I cart” Le carte, 1973, fino alla nuovissima “Voci d’un vecchio cantare” 21 gennaio 2017, la cui copia è stata donata alla nostra gioia al termine di questo incontro.

Rivolto al viso curioso e attento di Slava, il giovanissimo componente del nostro gruppo, dice che nella vita bisogna fare quello che la vita stessa indica, l’attività che piace, che sia falegnameria, che sia essere un parrucchiere. Il lavoro procura un guadagno, il denaro per vivere, e bisogna fare bene il proprio lavoro; poi è necessario leggere, non per riempirsi la testa.  Dice di sè: “Io amo il mio lavoro, dal ferro imparo qualcosa di me stesso e, non essendo stanco, a sera, sono creativo”.

Riferisce di essere cresciuto nel tempo in cui Einaudi e Mondadori, dopo aver perso tutto per la guerra, avevano dentro Sereni, per la poesia, Calvino e Vittorini per la prosa;  quando le editorie erano lontane dal business e in cerca esclusivamente di qualità.  Ora, Franco aggiunge, quel clima si è esaurito e  la nuova tecnologia mangia posti di lavoro. Suggerisce, o sogna, che studi di Agraria importeranno mani alla terra, ai lavori artigianali.

Qualcuno di noi butta la coda di un occhio sul cellulare per controllare il tempo che, inesorabile come sempre, ci è tiranno; il treno ...si dovrà essere in stazione fra non molto, in tempo per il ritorno.

Ci affrettiamo a chiedere, al nostro prezioso interlocutore, un suo pensiero sulla Poesia, e Franco ci rassicura: “La Poesia non morirà”.

Poesia “non è fare rime, ordinare parole; la Poesia non è organizzare il pensiero e i propri sentimenti, la Poesia non si fa con la testa. Mentre giro per le stanze mi vengono i versi e seguo il suono. Poi, dopo, come un sogno, la poesia si elabora e sgorga”

“La Poesia è una strada per imparare qualcosa di se stessi, Nosce te ipse” E aggiunge:” Io non so chi sono, non di testa mi conosco, sono ciò che l’aria mi fa essere”.

“Nel filosofo accade la stessa cosa che nei poeti, si è artigiani che hanno amore per ciò che si fa; e il poeta è colui che fa spiritualmente, che produce un qualcosa che ha vita autonoma rispetto a chi la produce.

La parola, spesso scelta interamente nella sua veste dialettale, è sonorità,  è il ritmo di una parola che si lega al suono della successiva in una lettura che deve essere soggettiva, perchè solo il poeta compone,  concerta, armonizza e sa rendere quel ritmo che è lo stesso del suo flusso vitale“.

La parola è onda musicale, è canto con “Voci d’un vecchio cantare”, cito a proposito il titolo felicissimo dell’ultima raccolta di poesie, la 31esima pubblicazione di Franco Loi, il cantore, il menestrello, il musico, il Poeta.

 

Quan’ mai de gent s’encuntra per Milan,

ma mì me piàs i fio fra i foi de l’erba

sòta quj cartellun de donn sbiutà

ch’in lì cun la camisa tensia d’arans,

tra i man un liber o radio de scultà...

Ma po me volti e vedi sota l’erga

che scùnden ‘na siringa in vena al brasc,

e alura ciappa un trèm fin dent i oss

e me curr via el pè nel camenà.

 

Quanta gente s’incontra per Milano,

ma a me piacciono i ragazzi tra le foglie d’erba

sotto quei cartelloni di donne denudate

che stanno lì con la camicia tinta d’arancio,

tra le mani un libro o radio da ascoltare...

Ma poi mi volto e vedo sotto l’edera

che nascondono una siringa in vena al braccio,

e allora mi prende un tremito fin dentro le ossa

e mi corre via il piede nel camminare.

 

 

 

A passi leggeri, quasi a dilatare il momento del distacco, mentre alcuni guadagnano l’ascensore e altri fanno piano le scale, resto con lui sulla soglia  di casa a lasciare e prendere gli ultimi preziosi bagliori di un incontro così intenso e semplice perchè fatto di  semi di tempo, di umanità e di poesia. Grazie, Franco Loi.  

 

Elena Malta                             

   

 

 

 

CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975
06/09/2017
CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975
CHE COS'È LA CULTURA? «Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija.
06/09/2017
CHE COS'È LA CULTURA? P.P. PASOLINI 2.11.1975

CHE COS'È LA CULTURA? «Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija.

Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. 

[…]

Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo": produrre e consumare.

L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere […] è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. 

[…] 

Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo.


(Da una intervista rilasciata a Furio Colombo nel 1975)

L'ARTE ABUSATA
29/08/2017
L'ARTE ABUSATA
So che quanto segue darà fastidio a molti, troppi forse, ma - come si dice - "meglio essere antipatici e dire ciò che si pensa, che risultare simpatici solo perché si dice ciò che gli altri vogliono sentirsi dire". Naturalmente, trattasi solo ed esclusivamente della mia opinione, per quanto rispettabile, anche opinabile, ci mancherebbe!
29/08/2017
L'ARTE ABUSATA

So che quanto segue darà fastidio a molti, troppi forse, ma - come si dice - "meglio essere antipatici e dire ciò che si pensa, che risultare simpatici solo perché si dice ciò che gli altri vogliono sentirsi dire". Naturalmente, trattasi solo ed esclusivamente della mia opinione, per quanto rispettabile, anche opinabile, ci mancherebbe!

Sin da piccolo ho sempre avuto la passione per la poesia e l'arte in genere, e col passare degli anni ho sempre cercato di capire cosa sia davvero la poesia, o meglio, cosa sia davvero poesia.

Un giorno, poi, sentii una piccola vocina che mi parlava, dapprima non capivo, dopo, ascoltandola più attentamente capii che era lei, la mia Musa.

Ecco, anche io ero stato "condannato" a essere poeta.

Da allora ho iniziato ad affinare questa dote... E se è vero che, o ce l'hai dalla nascita o non ce l'avrai mai, è pur vero che va affinata, coltivata, maturata nel tempo...

Ultimamente si abusa troppo dell'appellativo di poeta e della parola "poesia", quindi, a mio parere, si abusa troppo della poesia stessa.

Ma come si fa a stabilire se uno scritto sia davvero poesia o soltanto incolonnamento di parole?

Differenti e discordanti sono i pareri degli esperti, degli intellettuali, dei critici.

Già, i critici, questi super uomini colti che spesso (non tutti naturalmente) sono come gli eunuchi:

Sanno cos'è l'amore, lo hanno visto fare, ma non l'hanno mai fatto.

Spesso dipende da loro portare alle stelle o alle stalle un autore e/o un'opera; io dico invece che dipende dai lettori oggi e dipenderà dai posteri domani.

Ma torniamo alla poesia. Cos'è la poesia?

Una forma d'arte, la più nobile, a detta di molti.

Allora cos'è l'arte?

L'arte è il connubio perfetto tra contenuto e forma, credo che su questo siamo tutti d'accordo.

Cos'è  allora il contenuto?

E' tutto ciò che esprime sentimenti, emozioni, sensazioni, che va rispettato a prescindere, sì, ma rispetto non vuol dire considerare arte qualcosa che non lo è!

Insomma, tutti i contenuti, da quelli più "alti" e lirici, a quelli più "semplici" vanno rispettati, ma ciò non vuol dire che siano pregni di poesia.

Il contenuto deve avere anche una forma! Una delle tante che comprende la poesia, ma deve averla!

Non bastano certo dei versi che suonano bene a fare poesia, così come non basta incolonnare parolone colte e ricercate, senza sentimento alcuno.

Oggi, alcuni, solo perché non usano la punteggiatura o solo perché magari - secondo loro - hanno escogitato una nuova forma, credono di fare poesia, ma così non è!

Non ci si improvvisa poeti, così come non ci si improvvisa musicisti o pittori, ecc.

Per suonare bisogna conoscere la musica; per dipingere bisogna conoscere le tecniche di base del disegno! E per fare poesia?

Ah, no, per fare poesia, basta stravolgere la sintassi, poi, ci metti dentro qualche parolona, poi, basta suddividere il tutto in versi ed è fatta. Ma che è una ricetta?

Ma quando mai!

Intanto credo che quando si fa qualcosa e la si vuole fare bene, la si debba conoscere, la si debba studiare in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue forme, per poi magari scegliere quella che si addice di più al nostro modo di intenderla e di farla.

Oggi no, oggi basta andare controcorrente e già ci si sente poeti, artisti...

Picasso, per esempio, prima di inventare il cubismo passò per il realismo; conosceva benissimo la tecnica di base e tutto ciò che riguarda la pittura.

Oggi invece, credo che ci siano troppi "picasso" improvvisati, che credono di essere originali ricercando quell'originalità e quel genio che,  - così come la dote di poeta - o ce l'hai o non ce l'avrai mai!

Ma allora, cos'è davvero poesia?

Beh, credo che non ci sia una risposta davvero esaustiva e credo che non ci sia bisogno di capire cosa sia davvero poesia, perché quando lo è te ne accorgi, quando è poesia lo senti, anche se non sai spiegarlo...

Invece so benissimo cosa non lo è!

Ma troppa presunzione, troppa arroganza, pochissima umiltà ho notato fra "poeti" che credono di esserlo, ma non lo sono.

"Ma tu, allora, ti senti un vero poeta?" direte!

No, non mi sento un vero poeta e non so neanche se la mia sia vera poesia, però, cerco sempre di migliorare, cerco sempre di confrontarmi e crescere, cerco sempre la critica costruttiva e non il complimento gratuito.

Ecco, questo vorrei che capissero molti che come me hanno la passione per la poesia.

Poeti non ci si improvvisa! La poesia non si improvvisa! Della poesia non si abusa!

Se lo fai non sei un poeta e non ami la poesia.

Per concludere, tanto per dare un'idea di quello che è il succo di quanto ho scritto:

Chi non si emozionerebbe davanti a un disegno fatto da un bambino? Chi avrebbe il coraggio di dire che non ci sia sentimento e contenuto in quegli scarabocchi?

Ma soprattutto, chi avrebbe il coraggio di definirla arte?

 

Cordialmente

 

 


 

Giuseppe Gerbino

PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
24/08/2017
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.
Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.
24/08/2017
PERCHE' FACCIAMO CULTURA.

Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano.

Facciamo cultura per denaro? Lo facciamo per apparire? Perché rappresenta per noi un lavoro? Oppure lo facciamo perché ci piace? O ancora: perché non abbiamo nulla da fare? Facciamo cultura perché è una necessità, un'urgenza, da cui non si può assolutamente prescindere. La facciamo perché siamo stufi di banalità, di bassezze, di magna-magna, di finto-intellettuali attaccati solo a sua maestà il denaro, di presunti artisti con la puzza sotto il naso, di gente compromessa ormai da un bel pezzo, di facce toste che nel nome della cultura ingrassano e prolificano. 

STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?
23/08/2017
STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?
Stiamo remando tutti nella stessa direzione? Domanda riferita naturalmente all'ambito culturale e in prima battuta ai cosiddetti operatori culturali. O, se vogliamo dirla tutta, a noi associazioni che siamo impegnate in prima linea in questo sforzo sempre più immane di tenere in piedi un settore che scricchiola davvero di brutto. Se in periodi di crisi economica il “buon” Marchionne espatria in Usa, o in Canada, o in Serbia, o … fate voi, l'operatore culturale tipo Pelasgo non può alzarsi la mattina, caricare le sue scartoffie, i suoi bravi volumi di poesia, la sua piccola stilografica,
23/08/2017
STIAMO REMANDO TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE?

Stiamo remando tutti nella stessa direzione? Domanda riferita naturalmente all'ambito culturale e in prima battuta ai cosiddetti operatori culturali. O, se vogliamo dirla tutta, a noi associazioni che siamo impegnate in prima linea in questo sforzo sempre più immane di tenere in piedi un settore che scricchiola davvero di brutto. Se in periodi di crisi economica il “buon” Marchionne espatria in Usa, o in Canada, o in Serbia, o … fate voi, l'operatore culturale tipo Pelasgo non può alzarsi la mattina, caricare le sue scartoffie, i suoi bravi volumi di poesia, la sua piccola stilografica,

salutare tutti i parenti e gli amici e …  ricominciare una nuova vita culturale magari in Nuova Zelanda(citiamo questo paese perché un nostro anziano collega aveva studiato a fondo il Paese in cui trascorrere gli ultimi anni e dopo attento studio aveva individuato la patria All Blacks per una serie di motivi ora lunghi da spiegare in queste poche righe).

E già, l'operatore culturale resta al suo posto a combattere, a cercare di risalire e di far risalire la china, a far quadrare i pochi euro a disposizione.

Si lavora sul territorio, si lavora per il presente e soprattutto per il futuro, si lavora per dare dignità alle nostre vite e a quelle di coloro che vivono con noi, anche se spesso neanche se ne accorgono, almeno all'inizio.

Torniamo però alla domanda iniziale.

Remiamo tutti nella stessa direzione?

La nostra esperienza, come Pelasgo, ci ha portato a contatto con una molteplicità di realtà associative, nella quasi totalità sostenute da personalità davvero notevoli sia per quanto concerne la preparazione che sotto l'aspetto della motivazione.

Persone davvero encomiabili sotto ogni punto di vista che però... 

Ecco, qui c' è da scrivere un però, per rilevare come a volte ciascuno resti ancorato al proprio orticello più o meno grande, come a volte trattandosi  di proprie iniziative ci si faccia in quattro, quando poi è l'altra associazione...beh, ci siamo capiti.

Quello che sarebbe auspicabile è il poter operare in rete, collaborando insieme a quello che poi è  l'obiettivo comune, o no?

 

AVANGUARDIA… O RETROGUARDIA?
15/08/2017
AVANGUARDIA… O RETROGUARDIA?
Leggere, analizzare, valutare, commentare oltre 100 poesie in tutti i dialetti d’Italia è stato un grande piacere. Piacere che viene da alcune considerazioni che mi hanno rafforzato la convinzione che il dialetto sia l’espressione dell’emotività, dell’immediatezza, della spontaneità. Sono tante le persone che utilizzano il vernacolo per esprimere le proprie idee, ricordi, sensazioni, intuizioni; anche se…
15/08/2017
AVANGUARDIA… O RETROGUARDIA?

Leggere, analizzare, valutare, commentare oltre 100 poesie in tutti i dialetti d’Italia è stato un grande piacere. Piacere che viene da alcune considerazioni che mi hanno rafforzato la convinzione che il dialetto sia l’espressione dell’emotività, dell’immediatezza, della spontaneità. Sono tante le persone che utilizzano il vernacolo per esprimere le proprie idee, ricordi, sensazioni, intuizioni; anche se…

Anche se non tengono conto che mettere per iscritto un suono, un’espressione, che abbiamo ascoltato o pronunciato migliaia di volte, non è così facile come sembrerebbe.

Partiamo da un assioma imprescindibile: la Poesia è un architrave poggiato su due pilastri: Testa e Cuore (o, possiamo dire: Tecnica e Sentimento, Controllo e Passione, Penna e Idea, ecc.). Quando uno dei due pilastri non regge, la Poesia cade. Più o meno rovinosamente.

Nel valutare il livello tecnico delle poesie esaminate mi è capitato più volte di trovare modi diversi per scrivere nello stesso dialetto la stessa parola, frase, suono.

La prima considerazione è relativa ad una evidente “carenza” dell’autore. Carenza di documentazione, di punti di riferimento, di scuola.

La scelta di esprimersi in una lingua qualsiasi, presuppone la conoscenza della lingua stessa: ma, un conto è parlarla (e tutti sappiamo che il dialetto nasce, si afferma e rimane una lingua “orale”) un conto è andare a vedere se esiste una grafia codificata.

Molti dialetti hanno, per fortuna, una tradizione tale che riferimenti scritti ce ne sono di ottimo livello: pensiamo al dialetto napoletano, o romanesco, o milanese, veneto, friulano, siciliano ecc. I grandi Autori che si sono espressi nella “lingua dei padri” fanno testo: chi volesse imparare, potrebbe farlo facilissimamente: leggere Di Giacomo, Trilussa, Tesse, Baffo, Pasolini, Meli, oltreché arricchire lo spirito dà la possibilità di trovare suoni espressi con segni grafici precisi, puntuali: sicuri punti di riferimento.

Possiamo quindi considerare che la “voglia di dialetto” è diffusa, la cultura specifica meno.

La seconda considerazione è relativa ai contenuti.

Troppo spesso si tende a fossilizzare il dialetto come lingua adatta a temi bucolici, ironici, reminiscenti: i Grandi Temi vengono perlopiù disattesi. Come se per scrivere “Alto” non fosse ritenuto un linguaggio adeguato.

Questo atteggiamento (purtroppo diffusissimo) porta il poeta a tarparsi da solo le proprie ali: si autolimita nel sentimento.

Poche, pochissime, le Poesie che escono fuori da un quadro così ridotto.

Esprimere idee profonde e originali sui Grandi Temi è invece l’essenza stessa della lingua dell’emotività, dell’immediatezza, della spontaneità. Tale è l’immediatezza e la spontaneità, che il tentativo di usare il dialetto per testi ermetici si può considerare un ossimoro.

Ritengo altresì un’offesa al vernacolo quella di usarlo solo per descrivere, raccontare (purtroppo, mai interpretare) le solite cose lette e rilette in tutti i dialetti d’Italia.

In questo modo rendiamo anche il secondo pilastro della poesia, quanto mai instabile e pericolante.

Alla domanda “avanguardia o retroguardia”, come si può rispondere alla luce di quanto detto?

Possiamo sicuramente considerare Avanguardia, la scelta di precorrere (se non altro in termini di tempo), di anticipare la scrittura in italiano, esplorando il futuro della poesia con un mezzo antico. È anche Avanguardia la ricerca volta a integrare (o, addirittura, a sostituire) la poesia in lingua con quella dialettale, come reazione all’inflazione poetica dilagante. È proprio vero che ci sentiamo “un popolo di poeti”: una sterminata pletora di “colleghi di Leopardi”… meglio percorrere strade alternative, meglio il dialetto!

Si può considerare Retroguardia l’attaccamento a forme di espressione che oggi possono apparire anacronistiche, dato l’assottigliarsi continuo e costante degli strati “bassi” della popolazione: quelli che fino ad oggi hanno rappresentato l’humus di tutti i dialetti. Il livellamento verso l’alto economico e sociale, comporta l’abbandono quasi spontaneo della parlata vernacolare. Per fortuna, ci sono ancora letterati che si impegnano a documentare attraverso i loro scritti, quella che è considerata la “lingua dei padri”. Si tratta di persone che ricercano, studiano, scrivono, parlano un linguaggio forse destinato a sparire ma che resta vivo e valido nelle sue espressioni proprio per merito di chi non si sente ancora vinto.

È quindi una battaglia di retroguardia quella che impegna i difensori del dialetto?

Forse sì, ma l’importante è “resistere, resistere, resistere”!

 

 

Maurizio Marcelli

             

Au revoir, A.
14/08/2017
Au revoir, A.
Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.
14/08/2017
Au revoir, A.

Ti fiondasti da lui col “bateau” dove ti svelavi bramoso di uscire in mare aperto, lontano dal degrado del porto, per mondarti e ritrovare te stesso rinnovato e puro. E lui, pur vizioso maestro, fu convinto a tuffarsi in abissi che senza di te non avrebbe mai esplorato. Sacrificò tutto ciò che gli era stato caro: non poteva esistere senza di te.

E tu lo convincesti che una vita di depravazione è per un poeta il miglior incentivo. Scappaste a Londra e trovaste l’uno nell’altro la completezza perfetta, il risarcimento di quello che avevate sofferto, fino a quando i litigi presero il sopravvento sulle riappacificazioni e tutto si concluse col colpo di pistola a Bruxelles. Alla sua uscita di prigione, un fugace incontro per non vederlo mai più e rinunciare per sempre alla poesia. Tu, che ci donasti capolavori della Letteratura mondiale, che con la tua poesia ci invitavi a ricongiungerci al nocciolo più puro dell’essere, a cercare una magari momentanea illuminazione. Tu, che esploravi percorsi spaventosi cercando di arrivare alla percezione dell’Assoluto, saresti scomparso nell’Africa più nera, commerciante e trafficante d’armi frodato da Menelik senza sapere che a Parigi i giovani ti chiamavano Maestro. Poi quel tremendo male alla gamba, tu, l’uomo dalle suole di vento, che avevi girato a piedi tutta l’Europa. Settimane di viaggio su una lettiga di fortuna con indicibili dolori per arrivare ad Aden e imbarcarsi per Marsiglia dove la gamba te la taglieranno. Ancora sofferenze che smetteranno solo quando spirerai e potrai ritornare a casa per essere sepolto qui dove sono passato a salutarti. Non c’è anima viva nei pressi e dubito che nemmeno tu sia contento di quest’ultima dimora nella landa piovosa che t’ha visto nascere dal momento che non hai fatto altro che fuggirne. Amavi il sole e avresti voluto una tomba ad Aden, di fronte al mare, ma non avrai il rumore delle onde a farti compagnia. Solo pioggia, umidità e freddo. Io sono fortunato, giornate così non ce ne sono molte nelle Ardenne, e questo pomeriggio il sole c’è e le rondini garriscono nel cielo azzurro. Ti sia lieve la terra, Arthur Rimbaud. Esco dal cimitero deserto lasciandoti lì, solo, in questo silenzio.

 

 

 

Willy Piccini

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