LA CANZONE di Vittorio Verducci

8 Aprile 2021

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LA CANZONE di Vittorio Verducci
La canzone è, forse, il formato metrico più antico della tradizione poetica italiana. Originaria d’oltralpe, fu un genere molto usato nella letteratura provenzale del XII secolo, dov’era chiamata “canso” e anche “vers”) e, accompagnata alla musica, era cantata dai trovatori (poeti in lingua d’oc) nelle corti dei signori feudali e da musici itineranti. Fu poi continuata, in maniera in verità più semplificata, nel secolo successivo dai trovieri, come venivano chiamati i poeti in lingua d’oil. Argomento della “canso” era l’amore, che il trovatore esprimeva secondo le leggi dell’amor cortese, cioè con misura, discrezione e raffinatezza (quasi fosse, alla maniera feudale, un servo fedele) alla dama del castello, considerata come un essere soprannaturale, quasi irraggiungibile, mentre lui, l’innamorato, poteva restare un semplice spasimante, oppure ascendere in un processo amoroso che lo conduceva alla condizione (difficile) di corrisposto. I poeti provenzali iniziavano inneggiando alla primavera, ossia alla stagione dell’amore, per continuare, nelle strofe successive, con le lodi delle doti sia fisiche che morali della donna, in genere sposata e di cui, secondo le regole sopra ricordate della misura e discrezione, non rivelava il nome. La lunghezza di una “canso” andava dai quaranta ai sessanta versi, raggruppati in strofe (o stanze oppure coblas) che comprendevano da sei a dieci versi ciascuna e suddivise in tre parti. La prima stanza costituiva l’esordio (exordium) ed esponeva l’argomento generale della canzone; la seconda era il corpo centrale e sviluppava l’argomento; la terza era detta “tornada” o “invio” e rappresentava la conclusione. Si trattava di composizioni molto musicali, che si sviluppavano in uno schema rimico molto complesso, per cui abbiamo le “coblas singulars”, con rime che cambiano per ogni strofa, le “coblas doblas”, con rime che cambiano ogni due strofe, e le “coblas unisonans” con rime identiche per ogni strofa. Dalla vicina Francia la canzone approdò in Italia, dove fu usata dapprima dai poeti della Scuola Siciliana, e poi da quelli del Dolce Stil Novo, come il bolognese Guido Guinizelli, e i toscani Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Dante Alighieri, ecc.; ed è d’obbligo ricordare che Dante, nel De vulgari eloquentia, pose la canzone al primo posto fra i generi letterari. Ma fu soprattutto Francesco Petrarca che la portò alla più alta perfezione formale e perciò fu chiamata “petrarchesca”. La canzone petrarchesca consta di un certo numero di strofe (7 oppure 10, ecc.) dette stanze, seguite da una strofa più breve detta congedo, perché il poeta si rivolge alla canzone stessa accomiatandosi da lei. La canzone è costruita secondo certe regole. In una stessa canzone: le stanze hanno tutte la medesima lunghezza, cioè lo stesso numero di versi endecasillabi e settenari (13 oppure 16 ecc.); endecasillabi e settenari sono disposti, nelle varie stanze, nell’identica posizione; c’è lo stesso schema di rime; ma da canzone a canzone varia la foggia delle stanze.
Ogni strofa di una canzone è poi suddivisa in fronte, suddivisa a sua volta in due piedi; e sirima, che si articola in due volte.
Fronte e sirima sono collegate da un verso centrale detto “chiave”, che rima con l’ultimo verso del secondo piede e può essere considerato il primo verso della sirima.
Il congedo, o commiato, è più breve delle altre stanze ed ha uno schema rimico ripreso dalla sirima o a sé stante.
Nel 1500 fu introdotta, dal Trissino, l’Alamanni e il Minturno, la “canzone pindarica” (a imitazione del poeta greco Pindaro) che è formata da una strofe e una antistrofe che hanno uno identico schema di versi e rime, ed un epodo con altro schema: il tutto può essere ripetuto diverse volte. Altri famosi autori di odi pindariche furono Gabriello Chiabrera (1552-1638) e, in tempi più recenti, Giovanni Pascoli.
Con Alessandro Guidi (1650-1712) la canzone assunse una forma più agile e snella, forma che fu portata alla somma perfezione da Giacomo Leopardi e che perciò assunse il nome di “canzone leopardiana”. Nella canzone leopardiana le strofe, nello stesso componimento, sono di diversa lunghezza; endecasillabi e settenari sono liberamente disposti, senza far ricorso a un preciso schema metrico; le rime sono collocate quando e dove il poeta crede opportuno (anche al mezzo).
Ai nostri giorni, pur nell’affermarsi del verso libero, la canzone non è stata abbandonata e incontra ancora il favore dei poeti, come si può notare in diverse pubblicazioni e siti letterari.

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