I Sepolcri di Foscolo: una difesa poetica della dignità umana

13 Aprile 2021

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Olimpia Peroni
Articolo
I Sepolcri di Foscolo: una difesa poetica della dignità umana
Dei Sepolcri di Ugo Foscolo è la prova che la poesia può essere così concreta e decisionale al punto da contrastare la politica, e ogni volta che si pensa che la poesia sia solo una questione privata dei tristi e degli innamorati, si legga questo carme.
Siamo nel 1804 e Napoleone emana l’editto di Saint-Cloud: la nuova legge impone che i cimiteri vengano spostati lontani dalle città e che le lapidi, in nome della democrazia, siano tutte anonime e uguali.
L’indignazione e la rabbia di Ugo Foscolo di fronte a questa ordinanza non tardano ad arrivare, e si manifestano come si manifestano queste e altre emozioni violente provate dai grandi poeti: in versi incommensurabili, equilibrati ed armoniosi. Foscolo scrive Dei Sepolcri che è un carme o un capolavoro, non è tanto importante dargli un nome, quanto invece avere bene in testa le parole che lui stesso scrive: la sua è un’opera che non intende parlare al raziocinio e al sillogismo, ma vuole parlare alla fantasia e al cuore del lettore. Fantasia e cuore. I Sepolcri sono riassumibili in questo binomio, e questo perché secondo il poeta fantasia e cuore sono il minimo comune multiplo esistenziale di tutti gli uomini. È ciò che ci accomuna ad un’Anna Karenina o a un Gengis Khan ed è ciò che permette a Foscolo, con la sua poesia, di abbracciare tutte le epoche e tutte le società.
Ed è proprio per questo che venne criticato dai suoi contemporanei, esattamente come qualsiasi opera di intrinseca grandezza viene criticata nella sua epoca. Al tempo, tutti lo fraintesero: enigmatico, ambiguo, criptico, confusionario. I Sepolcri non piacevano quasi a nessuno. E in effetti a leggere l’opera, è evidente la sua struttura caotica: corre da un argomento all’altro, in un verso si parla dei cimiteri inglesi e in quello dopo della Grecia antica. Foscolo si difese spiegando, in merito a ciò, la fondamentale necessità di alcune particelle logiche (“ma”, “tuttavia”) che abitano l’opera e concatenano i ragionamenti tra loro, come fossero le chiavi di volta del carme. Così facendo da un’idea ne nasce spontanea un’altra e così via, evita la monotonia: si manifesta il miracolo della poesia foscoliana che ci riconduce alle radici comuni dell’umanità.
Ma non è solo questo: i Sepolcri sono anche un quadro, un quadro che a mio avviso avrebbe potuto dipingere Caravaggio. Il poema prende vita in degli scenari in cui il contrasto chiaro-scuro è simbolico: ciò che è luce è vita e mito, ciò che è ombra è morte e silenzio. Tutte le parole che Foscolo sceglie dipendono da questa idea, oserei dire, elementare, e proprio per questo geniale: i suoi versi giocano sulle antitesi, sugli opposti. Quando descrive i cimiteri buoni troviamo termini come: urna, reliquie sacre, nome, fiori; quando invece descrive i cimiteri negativi troviamo i corrispettivi: sasso, ossa, oblio, sterpi.
E lascio per ultima la contrapposizione che reputo personalmente più bella ed efficace: Sole contro Squallida notte, un accostamento che fa percepire il disgusto causato da ciò che è ombra.
È importante però capire una cosa: Foscolo non era credente. La sua protesta poetica andava oltre un concetto di fede, approdando direttamente nel culto e in ciò, ripetiamolo ancora, che ci rende umani. L’editto andava contro ciò che Foscolo, e prima di lui Giambattista Vico, sosteneva: il passaggio dall’essere animali all’essere umani è stato determinato dal momento in cui si sono provati sentimenti di pietà per sé e per gli altri: questa pietas è alla base del culto dei morti. E non è un caso che humanitas richiami il latino humare, seppellire.
Ma non è solo questo: l’editto annullava quell’illusione umana che rende più sopportabile il pensiero della morte, cioè l’idea del continuare a vivere nei ricordi dei cari rimasti in vita. Infatti nei Sepolcri Foscolo scrive che le tombe creano una corrispondenza d’amorosi sensi tra i vivi e il sepolto, dando l’illusione che egli non è deceduto, non se n’è andato. E Foscolo, in relazione a ciò, sostiene nel suo carme che sono tre le condizioni necessarie e sufficienti affinché questa corrispondenza avvenga: la patria che accolga il defunto
nella terra (paragonabile all’abbraccio materno), la lapide con il nome del defunto e infine che i cari di questo possano piangerlo sulla sua tomba.
Togli queste tre condizioni, scrive Foscolo, e ti ritrovi un Parini seppellito chissà dove a fianco ad un delinquente ammazzato al patibolo e in una fossa comune piena di cagne affamate, con la dea della poesia che lo cerca ovunque nella squallida notte vagando e piangendo disperata.
E in più le tombe hanno anche una funzione sociale: quelle dei grandi uomini inducono le persone a imprese eccellenti. Eccola finalmente qua la funzione più importante dei Sepolcri: animare le passioni, accendere i valori di amore per la patria e per la famiglia, incitare i furori della giustizia. Ecco che Foscolo elenca i grandi della storia sepolti a Santa Croce, Firenze, ma senza nominarli: ne descrive le gesta in tre versi per ciascuno, quello che basta per capire a chi si sta riferendo. Ed ecco colui che sbugiardò il potere dei potenti, eccone un altro, se alzate gli occhi, colui che affrescò il tetto dell’Olimpo cristiano, e ancora ancora ancora più su, colui che sondò le stelle e il blu e così via. Machiavelli, Michelangelo, Galileo, colui che sondò il buio tra le stelle, e aprì le strade a Newton, e così continua con Dante e Petrarca.
È importante ripetere che Foscolo non è credente. Ha ereditato dagli antichi l’idea di Natura come un continuo ciclo di distruzione e creazione e basta, niente di più, e lo chiarisce fin dai primi versi. Ma (e qui torna quella particella logica) questo incomprensibile, spietato, implacabile, ostinato ciclo può essere spezzato dalla pietà umana ridotta nei minimi termini di un gesto come la sepoltura e il compianto.
Ecco perché quello di Foscolo è un capolavoro: è un’argomentazione poetica, una sintesi di tutto ciò che c’è di più umano, dalla gloria alla morte, per confutare un editto, una politica ingiusta. Il senso di tutto ciò è che la poesia, se una società glielo permette, può fare cose, può cambiare politiche e può anche andare contro gli imperatori.

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