Incontro con Franco Loi – di Elena Malta

franco loi

Di un Autore contemporaneo si possono leggere profili critici, recensioni, interpretazioni, in saggi, articoli di terze pagine di giornali e su riviste letterarie, reperibili anche frequentemente sui mezzi telematici, ma non c’è altra esperienza più esaltante che leggere direttamente un Autore nella sua figura, nei suoi occhi, nelle parole, nella mimica e gestualità ricorrenti, mentre si coinvolge in un incontro nella informalità familiare del salottino della propria casa, con un gruppo di sette sconosciuti estimatori: sei adulti e la nostra mascotte, Slava di soli 13 anni, partiti, come studentelli, con il treno del mattino da qualche posto del Centro Italia (Marche e Abruzzo) per trovarsi, dopo ore di viaggio e un breve giro di assaggio in Duomo e in Galleria, in una insolita luminosa e solare Milano, con il Poeta Franco Loi che ci onora di una intervista e per questo ci accoglie in casa.

Franco Loi è il Presidente Onorario del nostro Premio Letterario Città di Grottammare 2017, giunto alla sua 8° edizione, con l’impegno tenace, da parte di tutte le componenti Organizzative e di Patrocinio, a curare la Cultura nelle sue variegature espressive e a coglierne le valenze profonde nelle dinamiche in divenire del nostro tempo presente.

Figura alta, asciutta, viso subito amico, solcato da qualche ricamo che il tempo disegna e l’espressione a dir poco curiosa per la nostra presenza, un fresco colletto di camicia, affacciato dal pullover blu, una aureola di luce bianca nei capelli, a dare risalto agli occhi intenti su di noi a mandarci con le parole i suoi pensieri, snelli, precisi e mirati in risposta alla collana delle voci dei suoi 7 ospiti, in una giornata di metà marzo, di insolito deciso sole chiaro a Milano, il palcoscenico ricorrente di tanta poesia, espressione dell’amore di Franco Loi per Milan. “Passa ‘na rùnden,tèh, chì per Milan …,/ me passa anca n’àngiul per cantà…/e, tèh, vègn ‘na farfala nel silensi/ de ‘sta Milan d’agust tutt de sciscià. ( Passa una rondine, toh,qui per Milano …/passa di qui anche un angelo per cantare …/e, toh, viene una farfalla nel silenzio/ di questa Milano d’agosto, tutta da gustare.), da “Voci d’un vecchio cantare” 2017, pg.70

La parete alle sue spalle è tutta attrezzata a libreria a vista, con volumi che hanno saputo accompagnare fasi e passi di una storia che si chiama vita.

Ci arriva una parola dal tono familiare, mai altisonante, divertente e divertita nel gusto di trovarsi al centro di un interesse che muove da lontano.

Con una felicissima vena Franco ci racconta di sè studente, costretto ad avviarsi in studi da ragioniere perchè era l’unica tipologia di scuola superiore disponibile nel suo ambiente, ma di quanto si sentisse intimamente orientato verso gli studi letterari, attratto dai classici greci, dai grandi poemi epici. Non trascura di rivelarci la sua demotivazione alla frequenza del suo corso di studi per niente in sincrono con le proprie intime inclinazioni e di aver pagato con una bocciatura le sue tante assenze e una conflittualità con un insegnante.

Franco Loi ci si propone in tutta la sua vera, originale, semplice e vissuta parabola esperienziale, con freschezza di emozioni che sanno creare empatica risposta emotiva e fanno ritrovare tratti che accomunano, nessun piedistallo viene ostentato, nè ce n’è necessità alcuna per i suoi 30 e 1 pubblicazioni di opere che stanno per sè e brillano di autentica luce propria, a cominciare dalla Raccolta “I cart” Le carte, 1973, fino alla nuovissima “Voci d’un vecchio cantare” 21 gennaio 2017, la cui copia è stata donata alla nostra gioia al termine di questo incontro.

Rivolto al viso curioso e attento di Slava, il giovanissimo componente del nostro gruppo, dice che nella vita bisogna fare quello che la vita stessa indica, l’attività che piace, che sia falegnameria, che sia essere un parrucchiere. Il lavoro procura un guadagno, il denaro per vivere, e bisogna fare bene il proprio lavoro; poi è necessario leggere, non per riempirsi la testa. Dice di sè: “Io amo il mio lavoro, dal ferro imparo qualcosa di me stesso e, non essendo stanco, a sera, sono creativo”.

Riferisce di essere cresciuto nel tempo in cui Einaudi e Mondadori, dopo aver perso tutto per la guerra, avevano dentro Sereni, per la poesia, Calvino e Vittorini per la prosa; quando le editorie erano lontane dal business e in cerca esclusivamente di qualità. Ora, Franco aggiunge, quel clima si è esaurito e la nuova tecnologia mangia posti di lavoro. Suggerisce, o sogna, che studi di Agraria importeranno mani alla terra, ai lavori artigianali.

Qualcuno di noi butta la coda di un occhio sul cellulare per controllare il tempo che, inesorabile come sempre, ci è tiranno; il treno …si dovrà essere in stazione fra non molto, in tempo per il ritorno.

Ci affrettiamo a chiedere, al nostro prezioso interlocutore, un suo pensiero sulla Poesia, e Franco ci rassicura: “La Poesia non morirà”.

Poesia “non è fare rime, ordinare parole; la Poesia non è organizzare il pensiero e i propri sentimenti, la Poesia non si fa con la testa. Mentre giro per le stanze mi vengono i versi e seguo il suono. Poi, dopo, come un sogno, la poesia si elabora e sgorga”

“La Poesia è una strada per imparare qualcosa di se stessi, Nosce te ipse” E aggiunge:” Io non so chi sono, non di testa mi conosco, sono ciò che l’aria mi fa essere”.

“Nel filosofo accade la stessa cosa che nei poeti, si è artigiani che hanno amore per ciò che si fa; e il poeta è colui che fa spiritualmente, che produce un qualcosa che ha vita autonoma rispetto a chi la produce.

La parola, spesso scelta interamente nella sua veste dialettale, è sonorità, è il ritmo di una parola che si lega al suono della successiva in una lettura che deve essere soggettiva, perchè solo il poeta compone, concerta, armonizza e sa rendere quel ritmo che è lo stesso del suo flusso vitale“.

La parola è onda musicale, è canto con “Voci d’un vecchio cantare”, cito a proposito il titolo felicissimo dell’ultima raccolta di poesie, la 31esima pubblicazione di Franco Loi, il cantore, il menestrello, il musico, il Poeta.

Quan’ mai de gent s’encuntra per Milan,

ma mì me piàs i fio fra i foi de l’erba

sòta quj cartellun de donn sbiutà

ch’in lì cun la camisa tensia d’arans,

tra i man un liber o radio de scultà…

Ma po me volti e vedi sota l’erga

che scùnden ‘na siringa in vena al brasc,

e alura ciappa un trèm fin dent i oss

e me curr via el pè nel camenà.

 

Quanta gente s’incontra per Milano,

ma a me piacciono i ragazzi tra le foglie d’erba

sotto quei cartelloni di donne denudate

che stanno lì con la camicia tinta d’arancio,

tra le mani un libro o radio da ascoltare…

Ma poi mi volto e vedo sotto l’edera

che nascondono una siringa in vena al braccio,

e allora mi prende un tremito fin dentro le ossa

e mi corre via il piede nel camminare.

A passi leggeri, quasi a dilatare il momento del distacco, mentre alcuni guadagnano l’ascensore e altri fanno piano le scale, resto con lui sulla soglia di casa a lasciare e prendere gli ultimi preziosi bagliori di un incontro così intenso e semplice perchè fatto di semi di tempo, di umanità e di poesia. Grazie, Franco Loi.

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